guardare l'italia scorrere di lato su un treno è come guardare da angolazioni diverse la stessa anima multiforme.
ho scoperto che sono in astinenza da treno con interni grigi optical anni settanta e tende verdi a sventolare. sono pochi i treni dove ancora si possono aprire i finestrini, e a me piace viaggiare su quelli. mi piace quando accanto c'è il mare, d'estate, con tutto aperto sentire gli odori mediterranei. mi piace che i capelli si muovono intorno incontrollati e sfidare lo sguardo delle vecchiette che vogliono il treno ermetico.
viaggio quasi solo in aereo ormai, le low cost e la carta di credito costituiscono un richiamo troppo forte per non approfittarne (salvo poi trovarsi con una frequenza imbarazzante a parigi a cercare del martini vicino a convention).
ho voglia di uno dei miei memorabili viaggioni in solitaria. un paio di libri, lettore mp3 carico, viaggio che parte con gli occhi oltre il vetro. viaggio per andare da qualcuno, magari, che non vedo da un po'. ho voglia di avere il mio taccuino accogliente e la matita morbida temperata per lasciarci su i pensieri, che le traversine che scorrono via possano smussarli e farli rimbalzare al posto giusto nella mia testa.
vorrei concedermi uno dei miei viaggi infiniti chiarificatori di mille dubbi, di quelli in cui si prendono le decisioni memorabili. spero di fare il viaggio, a capodanno, da sola fino in toscana. mi piace la roma-pisa, il regionale che impiega quattro ore e venti per fare trecentoquarantasei km, avere il mare a sinistra e cercare di conquistarmi un finestrino. nel lasso di quel tempo un libro breve si può anche finire.
in regionale quasi mai nessuno fa da capolinea a capolinea come me. vedo le persone cambiare di stazione in stazione mentre io mi godo il mio isolamento dietro gli occhiali da sole, che preferisco non socializzare in treno e godermi in silenzio come cambiano gli accenti e i dialetti, la prosodia dei discorsi e le cantilene dei monologhi da treno. spazio sacro che attraversa la terra, mi regala sprazzi di immagini.
scendere se mi va, prendere un caffè e vivere una città per due ore, il tempo di aspettare il regionale successivo.
mi piace pensare che non li toglieranno tutti, che l'alta velocità non mi priverà del diritto alla lentezza e alle sfumature.
tornare da tropea a roma in regionale è stata una goduria senza precedenti questa estate. pian piano, il tempo di capire tre mesi di delirio. piano piano.
ora ne ho bisogno.
devo andare, partire, godermi la fuga dei particolari di lato. sempre seduta dal lato del mare, le onde come i sospiri da lasciare indietro.
venerdì 25 dicembre 2009
mercoledì 4 novembre 2009
martedì 3 novembre 2009
il tuo compleanno.
oggi.
buffo vederci vestiti senza tuta in giro a pranzo in città. quando mai? buffo, al tavolo di un ristorante. un sacco. o per mano per strada.
buffo.
io non lo so che pensi te delle storie. le relazioni. (hai notato quanto non uso la parola amore? non capisco se è perchè ne ho paura io o ho paura che te ne abbia paura e non la voglia sentire). però penso che è la prima volta nella mia vita in cui un rapporto non è intessuto di spargimenti di cuore e macerie varie (che forse ci bastano già i templi smozzicati e semiabbattuti che abbiamo costruito nei due anni che ci conosciamo). credo sia la prima volta in cui sento la mia identità perfettamente conservata in una relazione, senza che venga assorbita ne prenda la forma di chi ho accanto, perchè è tutto semplicemente giusto così. camminare, respirare, giocare, dormire, mangiare, cucinare, cazzeggiare. due esistenze in grado di coesistere vicine senza che nessuna calpesti l'altra. o in grado di respirare distanti e autonome e poi raccontarsi cosa hanno visto. gustarsi il modo di vedere la vita dell'altro, apprezzare la differenza di punti di vista. penso, e cerco di vivere il presente, nonostante spesso mi venga in mente che quello che ci sta succedendo è quanto di più bello e incredibile potesse capitarmi. e fidati che spesso sento che le ali cercano di spiegarsi timidamente per farmi svolazzare un po' a qualche centimetro del marciapiede, e con un po' di fatica e considerevole rimpianto le richiudo, ancora per il gusto di non sapere se anche te un po' voli adesso oppure se continui a tenerti per bene il rumore dei tuoi passi nelle orecchie a darti la misura della realtà e del tempo, che mentre condividiamo le nostre cose ne abbiamo mille e mille altre da costruire, un frammento di costanza e tenacia alla volta. è per questo, credo, che non pesa arrivare a volte alla sera a darci solo la buonanotte e dormire, o salutarci la mattina lasciando l'altro nel letto, impigliato tra le coperte e i sogni per scendere in strada e andare a mettere un altro pezzetto di vita in fila. a me non pesa perchè per la prima volta non sento un rapporto come un peso o una gabbia con le sbarre del colore del cielo, che illudono la libertà e tenendomi ferma. resisto perchè per me vederti felice è la cosa che mi da più forza ed energia al mondo e perchè, come ti dissi più di un anno fa affacciata alla porta della tua stanza, io ho capito che quando sono vicino a te sono la persona migliore che posso essere. questo per me ha un nome, e lo sai, ma non riesco a dirlo ancora. quando parli del circo, o quando stanotte hai aperto il tuo regalo e hai trovato il libro, i tuoi occhi cambiano luce. sei così felice da commuovermi (e non fare il minchione che dice che mi commuovo sempre). la tua felicità mi rende felice come non pensavo potessere accadere con quella di qualcun altro. e io credo che sia questo condividere una strada. nella nostra autonomia avere abbastanza fiducia da seguire ognuno i propri sogni e progetti, stimolandoci a vicenda e sentendo la vicinanza e l'appoggio dell'altro non come un enorme giudizio, ma solo come la mano che ti tiene mentre impari ad andare in bici senza rotelle (ricordi, se ne parlava oggi a pranzo). la mano non guida i pedali, ma c'è se si cade. e può essere anche solo il rumore dei passi vicini della persona che la mano ormai l'ha mollata. essere autonomi, ma non soli. l'altro giorno guardavo roma in bicicletta e pensavo che mi sarebbe piaciuto farti fare un giro con me a goderti delle parti della città che sembrano un'altra città, che magari chi viene a roma per una settimana visita e noi che ci viviamo non godiamo mai. ti piacerebbero, mi piacerebbe che vedessi quanto è bello pedalare nell'aria fresca e alzare gli occhi e vedere la nostra città adottiva essere semplicemente meravigliosa. spero che lo faremo un giorno. mi piacerebbe che te vedessi i miei occhi felici per il cielo e i muri che riflettono a tratti la luce arancione del tramonto, o spuntare su un ponte e trovare il fiume sotto e capire quanto roma ci ruba il fiato e ci trasforma nelle sue mille anime diverse.
la tua strada non so dove ti porterà. quando ti dico che vorrei esserti vicina, è perchè mi piace poterti vedere i sogni che escono dagli occhi e diventano pezzetti di vita. non li voglio perdere, sono un buon motore di riflessione e confronto, e sono belli da vedere. credo che non sia un sacrificio seguirti, adesso, perchè è quello che fa bene a me. e non lo farei per te, lo farei per me stessa, per continuare la mia strada e continuare a non doverti scrivere email per raccontarti cosa costruisco e cosa conquisto io, nella piccola lieve presunzione che un po' anche per te avermi accanto sia osservare il volo di qualcuno a cui tieni. un volo che disegna una traiettoria che ti piace e ti intriga e. a volte mi sembra pazzesco quanto è facile e naturale averti accanto, e allo stesso tempo non sia noioso (e lo sai che io mi annoio facilmente).
buon compleanno, socio.
buon compleanno, maestro (di giocoleria zia, non montarti la testa).
buon compleanno, mio migliore amico.
buon compleanno, compagno di strada.
sweety.
buffo vederci vestiti senza tuta in giro a pranzo in città. quando mai? buffo, al tavolo di un ristorante. un sacco. o per mano per strada.
buffo.
io non lo so che pensi te delle storie. le relazioni. (hai notato quanto non uso la parola amore? non capisco se è perchè ne ho paura io o ho paura che te ne abbia paura e non la voglia sentire). però penso che è la prima volta nella mia vita in cui un rapporto non è intessuto di spargimenti di cuore e macerie varie (che forse ci bastano già i templi smozzicati e semiabbattuti che abbiamo costruito nei due anni che ci conosciamo). credo sia la prima volta in cui sento la mia identità perfettamente conservata in una relazione, senza che venga assorbita ne prenda la forma di chi ho accanto, perchè è tutto semplicemente giusto così. camminare, respirare, giocare, dormire, mangiare, cucinare, cazzeggiare. due esistenze in grado di coesistere vicine senza che nessuna calpesti l'altra. o in grado di respirare distanti e autonome e poi raccontarsi cosa hanno visto. gustarsi il modo di vedere la vita dell'altro, apprezzare la differenza di punti di vista. penso, e cerco di vivere il presente, nonostante spesso mi venga in mente che quello che ci sta succedendo è quanto di più bello e incredibile potesse capitarmi. e fidati che spesso sento che le ali cercano di spiegarsi timidamente per farmi svolazzare un po' a qualche centimetro del marciapiede, e con un po' di fatica e considerevole rimpianto le richiudo, ancora per il gusto di non sapere se anche te un po' voli adesso oppure se continui a tenerti per bene il rumore dei tuoi passi nelle orecchie a darti la misura della realtà e del tempo, che mentre condividiamo le nostre cose ne abbiamo mille e mille altre da costruire, un frammento di costanza e tenacia alla volta. è per questo, credo, che non pesa arrivare a volte alla sera a darci solo la buonanotte e dormire, o salutarci la mattina lasciando l'altro nel letto, impigliato tra le coperte e i sogni per scendere in strada e andare a mettere un altro pezzetto di vita in fila. a me non pesa perchè per la prima volta non sento un rapporto come un peso o una gabbia con le sbarre del colore del cielo, che illudono la libertà e tenendomi ferma. resisto perchè per me vederti felice è la cosa che mi da più forza ed energia al mondo e perchè, come ti dissi più di un anno fa affacciata alla porta della tua stanza, io ho capito che quando sono vicino a te sono la persona migliore che posso essere. questo per me ha un nome, e lo sai, ma non riesco a dirlo ancora. quando parli del circo, o quando stanotte hai aperto il tuo regalo e hai trovato il libro, i tuoi occhi cambiano luce. sei così felice da commuovermi (e non fare il minchione che dice che mi commuovo sempre). la tua felicità mi rende felice come non pensavo potessere accadere con quella di qualcun altro. e io credo che sia questo condividere una strada. nella nostra autonomia avere abbastanza fiducia da seguire ognuno i propri sogni e progetti, stimolandoci a vicenda e sentendo la vicinanza e l'appoggio dell'altro non come un enorme giudizio, ma solo come la mano che ti tiene mentre impari ad andare in bici senza rotelle (ricordi, se ne parlava oggi a pranzo). la mano non guida i pedali, ma c'è se si cade. e può essere anche solo il rumore dei passi vicini della persona che la mano ormai l'ha mollata. essere autonomi, ma non soli. l'altro giorno guardavo roma in bicicletta e pensavo che mi sarebbe piaciuto farti fare un giro con me a goderti delle parti della città che sembrano un'altra città, che magari chi viene a roma per una settimana visita e noi che ci viviamo non godiamo mai. ti piacerebbero, mi piacerebbe che vedessi quanto è bello pedalare nell'aria fresca e alzare gli occhi e vedere la nostra città adottiva essere semplicemente meravigliosa. spero che lo faremo un giorno. mi piacerebbe che te vedessi i miei occhi felici per il cielo e i muri che riflettono a tratti la luce arancione del tramonto, o spuntare su un ponte e trovare il fiume sotto e capire quanto roma ci ruba il fiato e ci trasforma nelle sue mille anime diverse.
la tua strada non so dove ti porterà. quando ti dico che vorrei esserti vicina, è perchè mi piace poterti vedere i sogni che escono dagli occhi e diventano pezzetti di vita. non li voglio perdere, sono un buon motore di riflessione e confronto, e sono belli da vedere. credo che non sia un sacrificio seguirti, adesso, perchè è quello che fa bene a me. e non lo farei per te, lo farei per me stessa, per continuare la mia strada e continuare a non doverti scrivere email per raccontarti cosa costruisco e cosa conquisto io, nella piccola lieve presunzione che un po' anche per te avermi accanto sia osservare il volo di qualcuno a cui tieni. un volo che disegna una traiettoria che ti piace e ti intriga e. a volte mi sembra pazzesco quanto è facile e naturale averti accanto, e allo stesso tempo non sia noioso (e lo sai che io mi annoio facilmente).
buon compleanno, socio.
buon compleanno, maestro (di giocoleria zia, non montarti la testa).
buon compleanno, mio migliore amico.
buon compleanno, compagno di strada.
sweety.
domenica 6 settembre 2009
gioia infinita
che dire di questa vita tutta storta che traccia percorsi impensabili in questo puntino dell'universo?
dei sorrisi e delle facce, delle strade che si perdono e sembrano per sempre irrevocabili e invece nascondono nelle loro pieghe degli impossibili arrivederci, arrivederci che ci abbracciamo presto?
dei ricordi dei viaggi nei posti più impensati del mondo, dei ritrovarsi sotto cieli lontani a raccontarsi le vite tra piramidi di corde e luci lontanissime?
di sogni che si avverano senza rumore, solo perchè la vita era lì che spingeva e voleva che si avverassero, tra un giro di orologio e l'altro, tra una pagina di calendario e una di agenda piena piena piena... piena di cose da fare persone da incontrare e altre canzoni e situazioni diverse e canzoni e copertoni e autostrade e aeroporti e stazioni e zaini che vomitano vestiti stropicciati e storie scritte con la matita sul taccuino.
la mia vita è meravigliosa, per ogni paio d'occhi che per un po' dividono con me tempo e respiri.
gioia infinita.
dei sorrisi e delle facce, delle strade che si perdono e sembrano per sempre irrevocabili e invece nascondono nelle loro pieghe degli impossibili arrivederci, arrivederci che ci abbracciamo presto?
dei ricordi dei viaggi nei posti più impensati del mondo, dei ritrovarsi sotto cieli lontani a raccontarsi le vite tra piramidi di corde e luci lontanissime?
di sogni che si avverano senza rumore, solo perchè la vita era lì che spingeva e voleva che si avverassero, tra un giro di orologio e l'altro, tra una pagina di calendario e una di agenda piena piena piena... piena di cose da fare persone da incontrare e altre canzoni e situazioni diverse e canzoni e copertoni e autostrade e aeroporti e stazioni e zaini che vomitano vestiti stropicciati e storie scritte con la matita sul taccuino.
la mia vita è meravigliosa, per ogni paio d'occhi che per un po' dividono con me tempo e respiri.
gioia infinita.
domenica 30 agosto 2009
ritorno alle origini e riflessioni estemporanee
ciao. sono qui in paese da una settimana. il ritorno come sempre non è un granchè facile, in due anni tanti ponti sono saltati e io qui mi ritrovo ad avere un sacco di tempo per leggere o stare in giro nel bosco col cane, perchè non ho idea di chi sentire o chiamare. a parte un paio di persone, non è che mi trovo tanto con chi ho lasciato qui due anni fa, in fondo me ne sono andata senza mai girare la testa. e questo lo sai insomma, io e te ci siamo conosciuti pochi mesi dopo il mio trasferimento in città. dopo un po' di pomeriggi coi contorni sfumati, tra i risvegli impossibili per andare a lavorare in città e il sonno da noia e caldo torrido dei giorni passati, e le serate in casa a leggere col cane sul divano, ieri me ne sono andata al lago, e in un attimo sono tornata indietro di due anni. cena alla festa di liberazione, tovaglie di carta e vino bianco fresco, di quello che fresco d'estate si lascia bere come se fosse acqua, chiacchiere e sorrisi. cose cambiate e cose rimaste uguali. poi tutti si spostano in un paese vicino a un festival di arti di strada, ma io devo beccare altra gente e mi trovo, abbastanza brilla per la verità, a casa di stefano, un vecchio amico, dove ci sono anche silvia ed edo. nel giro di un quarto d'ora non so bene perchè mi trovo, sempre stonata dal vino bianco assassino, a cucire un pupazzo per il compleanno di una tipa sconosciuta alla festa della quale neanche andrò perchè è un falò sulla spiaggia e non ho ancora voglia di fare 30 km a piedi col piccolo cane nero al guinzaglio. però non so, mi trovo ubriachella a cucire questo coso ipercolorato, e mi sembra che ci sia un piccolo guscio di un mondo perfetto intorno a me. è strano tornare a dormire nella casa dove sono cresciuta, è strano svegliarsi e andare nel bosco con mio fratello e il cane e poi fare il solito aperitivo della muerte seguito da pranzo della muerte seguito da ammazzacaffè della muerte e proseguire in questa domenica pomeriggio il sottile stato di sbornia sul divano. è strano vedere come certe cose possano essere semplici in maniera straniante. un amico di mio fratello ci dice che in brasile con duemila euro voli mangi dormi scopi. chiacchiere da piazza, storie mitologiche di gente che si conosce tutta da una vita.
comunque, alla fine non ti ho raccontato un granchè. è che mi manchi e questo è un modo per averti un po' più vicino, ed è difficile dirtelo ora che sono un po' cambiate le cose tra di noi, che magari sul "mi manchi" ti prende male e ti viene di scappare in lapponia a vivere. penso anche a come era normale apostrofarti dicendoti "amore mio" e come ora queste parole potrebbero diventare bombe a mano. da una parte sono cambiate un sacco di cose, dall'altra invece ce n'erano tante che c'erano già e, solo, sembra che tutto debba prendere un posto un po' più definito dentro di me. non so neanche se sono felice o no, sono qui che aspetto, navigo a vista e mi faccio meno domande e mi do meno risposte ed etichette possibili. ci vediamo presto. un abbraccio.
comunque, alla fine non ti ho raccontato un granchè. è che mi manchi e questo è un modo per averti un po' più vicino, ed è difficile dirtelo ora che sono un po' cambiate le cose tra di noi, che magari sul "mi manchi" ti prende male e ti viene di scappare in lapponia a vivere. penso anche a come era normale apostrofarti dicendoti "amore mio" e come ora queste parole potrebbero diventare bombe a mano. da una parte sono cambiate un sacco di cose, dall'altra invece ce n'erano tante che c'erano già e, solo, sembra che tutto debba prendere un posto un po' più definito dentro di me. non so neanche se sono felice o no, sono qui che aspetto, navigo a vista e mi faccio meno domande e mi do meno risposte ed etichette possibili. ci vediamo presto. un abbraccio.
sabato 8 agosto 2009
le nove e mezzo di mattina...
...sono un orario ingrato dopo aver rotolato nel letto, insonne, fino alle cinque passate tra pensieri e ansie di vario genere, giustificate/giustificabili o meno.
la sveglia serve ad andare a casa da mia madre... o meglio, a trovare il modo di spremere dalla pancia della mia banca dei soldi nonostante io nella mia fuga da milano di (quanti giorni sono passati? solo cinque? ma sembra un anno....)lunedì scorso abbia lasciato la carta bancomat in pasto al bancomat stesso, mentre pioveva e lo zaino sulle spalle mi ricordava che ero in giro da un bel po' ormai.
quindi, oggi ho vinto l'assurdo istinto di non passare da casa e fare la vaga e tornarmene nella pancia della mia città confusa tritatutto e sono andata a pranzo lì. ovviamente il risveglio è merdoso come è giusto che sia con così poche ore di sonno in corpo. arrivo al bar e a stento articolo le sillabe giuste per dire caffè e cornetto. prendo la bici e pedalo in questa roma d'agosto deserta in maniera sublime, c'è un po' di vento ma si sente già che la giornata sarà bollente sul serio. penso, almeno un vantaggio c'è di dover andare là fra le colline. e intanto canto più a mio agio del solito, che davvero in questo deserto urbano dove fioriscono sulle saracinesche i cartelli colorati delle chiusure estive si può fare come fra i piramidali verdi di gommapiuma, che nessuno verrà a lamentarsi.
lego la bici e scendo in metropolitana, abbastanza vuota ma non surreale come mi sarebbe piaciuta.
sul bus balena blu e bianco che mi porta al paese mi prendo in grande tranquillità due posti, mi siedo di sbiego coi piedi appoggiati al finestrino sperando di dormire, ma non ce n'è e mi metto a leggere un po'. sale una tipa, ha addosso un profumo che mi sveglia un disgusto infinito e capisco che si tratta di un'innocua acqua di colonia ai fiori, di quelle da nonna. ecco succede che quell'odore per me ormai è insopportabile. lo rintraccio in mille piccoli odori più complessi nelle mie giornate e stamattina succede che mi viene in mente mia zia che mi abbraccia piangendo e mi spintona nella camera ardente dove mi trovo a pochi centimentri dalle scarpe buone di papà (quelle che ha indossato il giorno della mia discussione di tesi? quando era tutto orgoglioso di portarmi sotto braccio perchè diceva che tanto era evidente che mai mi avrebbe portato sotto braccio all'altare vestita di bianco come sognava da quando sono nata?) e le scarpe buone toccano il raso color champagne dell'interno della bara, e sembra tutto un gioco perfetto, demenziale nella sua perfezione. quello là dentro è proprio mio papà, sembra più corto visto così, sembra tutto più piccolo, in scala, come. un pupazzetto simpson di papà, visto che è piuttosto evidente che il suo colorito vira al giallo. è morto da poco più di dodici ore in questa fotoricordo nel mio cervello. mi sforzo disperatamente di ricordarmelo vivo, e mai lo avrei voluto vedere morto perchè quell'immagine sovrasta le altre. e invece una volta lì mi trovo a immagazzinare mille particolari minuscoli... le dita intrecciate delle mani, che sono stranamente dritte, sembrano le bacchette dello shangai quando cadono tutte mischiate. le sue mani sono state sempre prese da mille cose, io penso di averle viste sempre fare qualcosa... almeno le parole crociate... oppure erano pinze, fil di ferro, piante, legno, cibo... sono dritte e gialle con un rosario infilato in mezzo e un'altra roba che più tardi scopro essere il bracciale di una sua amica, la quale non ha il buon gusto di mollare un attimo il suo posto accanto alla sua testa e alle sue mani e a continuare ad accarezzarle. io non so piangere con tutta sta gente. tra l'altro la bara è aperta ma c'è tipo una zanzariera che copre tutto (mosche?), e lei continua a spostarla per baciare mio padre. e mi da fastidio, e mi fa male questa mancanza di ritegno e di sensibilità nel lasciarmi sola con quel corpo, ad abituarmi all'idea della perdita. ma lì per lì sono ancora stupita dall'impatto con la situazione per riuscire minimamente a fare uno dei miei famosi sguardi taglienti, perchè dopo aver analizzato tutte ste cose e la barba che ricresce e la cipria sulla faccia e tutto mi schiaffeggia questo odore di fiori, che mi è rimasto giorni interi nel naso, senza che docce e sigarette lo annullassero neanche un po'. insistente odore che si infila in gola e mi fulmina il cervello il ricordo di quando ero piccola a godermi lo spettacolo di papà che si radeva in bagno prima di portarmi a spasso, e mi permetteva di passargli lo stick per cicatrizzare i taglietti dove si feriva... e aveva tutto sto buon profumo di schiuma da barba e dopo barba ed era bello perchè anche io ero vestita tutta carina per andare a spasso con lui. papà mi faceva sentire speciale, cosa si desidera di più a quattro anni che un superpapà in ghingheri per portarmi a zonzo? e mentre faccio i conti con tutto questo la nota trash che mi fa sorridere per un istante, che il mio papà bestemmiatore, avvistato in chiesa solo per cerimonie in cui era obbligatoria la sua presenza, altrimenti sempre fuori la chiesa a fumare le paglie, eccolo stecchito nella sua bara deluxe sotto a una gigantografia pop di gesù capellone con l'occhio verde maliardo e il pizzetto, dal quale partono a raggera dei fasci di luce FUCSIA cazzo, sembra uscito da un concerto di jem e le olograms.
comunque, tutto sto trip dura pochi istanti in cui la signora mi passa accanto e io riconosco l'odore dei fiori recisi nella sua acqua di colonia da signora quasi anziana. mi si siede dietro, io alla fine arrivo e scendo e passo una giornata davvero merdosa tra gli occhi felpati, la paranoia, l'impossibilità di fumare una sigaretta. mia madre, che prima non lo aveva mai fatto, ha piazzato sul tavolinetto del salotto uno stuolo di cornicette con le foto. le guardo, nel loro fascino trash da casa al mare della vecchia zia, e vedo che c'è una foto di mamma e papà in america sposini e poi le altre sono quasi tutte mie. magari pensa che siccome non vivo più là sono tipo un po' morta anche io per lei, in senso lato, e non vuole scordarmi. buffo come sembri che mia madre ami mio padre, ora che lui non c'è. alla fine alle sei, quasi senza salutare nessuno prendo e me ne torno a casa mia a roma, ho una stanchezza spaventosa addosso e nessuna voglia di sabato sera. ogni volta che vado via da casa mia madre mi saluta dalla finestra che sono già lontana, la vedo sbiadita sullo sfondo scuro della stanza di mio fratello dalla quale si affaccia mentre muove il braccio. questa immagine mi lascia sospesa tra il mio bisogno di continuare la mia vita e andare per la mia strada, che lei non capisce e non conosce e non fa nulla per conoscere, che la angoscia e la preoccupa, e il terribile senso di colpa di voltare le spalle, alla fine, e percorrere l'asfalto sconnesso.
la sveglia serve ad andare a casa da mia madre... o meglio, a trovare il modo di spremere dalla pancia della mia banca dei soldi nonostante io nella mia fuga da milano di (quanti giorni sono passati? solo cinque? ma sembra un anno....)lunedì scorso abbia lasciato la carta bancomat in pasto al bancomat stesso, mentre pioveva e lo zaino sulle spalle mi ricordava che ero in giro da un bel po' ormai.
quindi, oggi ho vinto l'assurdo istinto di non passare da casa e fare la vaga e tornarmene nella pancia della mia città confusa tritatutto e sono andata a pranzo lì. ovviamente il risveglio è merdoso come è giusto che sia con così poche ore di sonno in corpo. arrivo al bar e a stento articolo le sillabe giuste per dire caffè e cornetto. prendo la bici e pedalo in questa roma d'agosto deserta in maniera sublime, c'è un po' di vento ma si sente già che la giornata sarà bollente sul serio. penso, almeno un vantaggio c'è di dover andare là fra le colline. e intanto canto più a mio agio del solito, che davvero in questo deserto urbano dove fioriscono sulle saracinesche i cartelli colorati delle chiusure estive si può fare come fra i piramidali verdi di gommapiuma, che nessuno verrà a lamentarsi.
lego la bici e scendo in metropolitana, abbastanza vuota ma non surreale come mi sarebbe piaciuta.
sul bus balena blu e bianco che mi porta al paese mi prendo in grande tranquillità due posti, mi siedo di sbiego coi piedi appoggiati al finestrino sperando di dormire, ma non ce n'è e mi metto a leggere un po'. sale una tipa, ha addosso un profumo che mi sveglia un disgusto infinito e capisco che si tratta di un'innocua acqua di colonia ai fiori, di quelle da nonna. ecco succede che quell'odore per me ormai è insopportabile. lo rintraccio in mille piccoli odori più complessi nelle mie giornate e stamattina succede che mi viene in mente mia zia che mi abbraccia piangendo e mi spintona nella camera ardente dove mi trovo a pochi centimentri dalle scarpe buone di papà (quelle che ha indossato il giorno della mia discussione di tesi? quando era tutto orgoglioso di portarmi sotto braccio perchè diceva che tanto era evidente che mai mi avrebbe portato sotto braccio all'altare vestita di bianco come sognava da quando sono nata?) e le scarpe buone toccano il raso color champagne dell'interno della bara, e sembra tutto un gioco perfetto, demenziale nella sua perfezione. quello là dentro è proprio mio papà, sembra più corto visto così, sembra tutto più piccolo, in scala, come. un pupazzetto simpson di papà, visto che è piuttosto evidente che il suo colorito vira al giallo. è morto da poco più di dodici ore in questa fotoricordo nel mio cervello. mi sforzo disperatamente di ricordarmelo vivo, e mai lo avrei voluto vedere morto perchè quell'immagine sovrasta le altre. e invece una volta lì mi trovo a immagazzinare mille particolari minuscoli... le dita intrecciate delle mani, che sono stranamente dritte, sembrano le bacchette dello shangai quando cadono tutte mischiate. le sue mani sono state sempre prese da mille cose, io penso di averle viste sempre fare qualcosa... almeno le parole crociate... oppure erano pinze, fil di ferro, piante, legno, cibo... sono dritte e gialle con un rosario infilato in mezzo e un'altra roba che più tardi scopro essere il bracciale di una sua amica, la quale non ha il buon gusto di mollare un attimo il suo posto accanto alla sua testa e alle sue mani e a continuare ad accarezzarle. io non so piangere con tutta sta gente. tra l'altro la bara è aperta ma c'è tipo una zanzariera che copre tutto (mosche?), e lei continua a spostarla per baciare mio padre. e mi da fastidio, e mi fa male questa mancanza di ritegno e di sensibilità nel lasciarmi sola con quel corpo, ad abituarmi all'idea della perdita. ma lì per lì sono ancora stupita dall'impatto con la situazione per riuscire minimamente a fare uno dei miei famosi sguardi taglienti, perchè dopo aver analizzato tutte ste cose e la barba che ricresce e la cipria sulla faccia e tutto mi schiaffeggia questo odore di fiori, che mi è rimasto giorni interi nel naso, senza che docce e sigarette lo annullassero neanche un po'. insistente odore che si infila in gola e mi fulmina il cervello il ricordo di quando ero piccola a godermi lo spettacolo di papà che si radeva in bagno prima di portarmi a spasso, e mi permetteva di passargli lo stick per cicatrizzare i taglietti dove si feriva... e aveva tutto sto buon profumo di schiuma da barba e dopo barba ed era bello perchè anche io ero vestita tutta carina per andare a spasso con lui. papà mi faceva sentire speciale, cosa si desidera di più a quattro anni che un superpapà in ghingheri per portarmi a zonzo? e mentre faccio i conti con tutto questo la nota trash che mi fa sorridere per un istante, che il mio papà bestemmiatore, avvistato in chiesa solo per cerimonie in cui era obbligatoria la sua presenza, altrimenti sempre fuori la chiesa a fumare le paglie, eccolo stecchito nella sua bara deluxe sotto a una gigantografia pop di gesù capellone con l'occhio verde maliardo e il pizzetto, dal quale partono a raggera dei fasci di luce FUCSIA cazzo, sembra uscito da un concerto di jem e le olograms.
comunque, tutto sto trip dura pochi istanti in cui la signora mi passa accanto e io riconosco l'odore dei fiori recisi nella sua acqua di colonia da signora quasi anziana. mi si siede dietro, io alla fine arrivo e scendo e passo una giornata davvero merdosa tra gli occhi felpati, la paranoia, l'impossibilità di fumare una sigaretta. mia madre, che prima non lo aveva mai fatto, ha piazzato sul tavolinetto del salotto uno stuolo di cornicette con le foto. le guardo, nel loro fascino trash da casa al mare della vecchia zia, e vedo che c'è una foto di mamma e papà in america sposini e poi le altre sono quasi tutte mie. magari pensa che siccome non vivo più là sono tipo un po' morta anche io per lei, in senso lato, e non vuole scordarmi. buffo come sembri che mia madre ami mio padre, ora che lui non c'è. alla fine alle sei, quasi senza salutare nessuno prendo e me ne torno a casa mia a roma, ho una stanchezza spaventosa addosso e nessuna voglia di sabato sera. ogni volta che vado via da casa mia madre mi saluta dalla finestra che sono già lontana, la vedo sbiadita sullo sfondo scuro della stanza di mio fratello dalla quale si affaccia mentre muove il braccio. questa immagine mi lascia sospesa tra il mio bisogno di continuare la mia vita e andare per la mia strada, che lei non capisce e non conosce e non fa nulla per conoscere, che la angoscia e la preoccupa, e il terribile senso di colpa di voltare le spalle, alla fine, e percorrere l'asfalto sconnesso.
lunedì 20 luglio 2009
hai 27 anni e non hai la più pallida idea di come si faccia a viaggiare con un trolley. per niente. zaino, vestiti vomitati/esplosi fuori spiegazzati da dio che ti obbligano a scegliere i posti e le situazioni e le cose dove andrai. cioè. non è che ti obbligano ma di sicuro non ti sei posta il problema di certe cose. non lo metti neanche in preventivo. non è che puoi avere un ragazzo normale se il meglio della tua eleganza presuppone cose che vanno bene per giocare e per camminare e per dormire. abbigliamento multi funzione yeah yeah yeah. in realtà non puoi avere un ragazzo normale che possa non incazzarsi o quantomeno essere un po' geloso se hai passato tre notti in tre città diverse a dormire in posti che non hai previsto e che tutto sommato non ti importa minimamente di programmare o prevedere. altrimenti se devi programmare o prevedere tanto vale che invece di questi giorni di vacanza te ne restavi a roma a ricalcare le stesse strade di sempre con la tua bici che ti racconta storie mentre pedali, che qualcosa là nella pedivella inizia a lamentarsi perchè ha preso troppa acqua o troppo poco lubrificante, chissà.
hai ventisette anni e a quanto pare non riesci a passare una serata pensando di andare in un locale. l'idea ogni tanto ti sfiora e ogni tanto ci vai, tipo a ballare se la musica merita. ma intanto alla fine se fuori è buio stai in giro a giocare, a vedere spettacoli o a fare le chiacchiere in strada con gli amici. a volte esci, poi la bici decide da sola e ti godi la notte. ma non è questo il caso o il momento, visto che ora sei a milano, corso italia, un posto che quando lo dirai a tua madre al telefono le sveglierà i ricordi che la pungeranno in varie zone di cervello e cuore e allora mi sa che le manderai un messaggio per non sentire la sua voce stanca e la sua difficoltà a far scivolare via i momenti difficili.
ieri in macchina c'era ste scazzato a morte, e l'unico rumore che si sentiva, oltre la musica dell'ipod, era quello di clave spostate da una parte all'altra. in quante macchine sulla cisa ci sono 15 clave? non lo so. in generale credo che non ci siano così tante clave quanti, non so, cani che fanno su e giù con la testa nelle automobili. hai 27 anni e non puoi fare un cazzo se due delle persone più importanti della tua vita scazzano perchè sono stanche di guidare e vogliono tutte e due dormire e te come una cretina non hai la patente perchè invece di guidare cazzeggiavi a scuola tra giornali laboratori e minchiate del cazzo.
casa di busk a milano è come il castello sulla pietra pesantissima di magritte. respiro in una città che in genere mi mette un'ansia subacquea.
bicicletta. via.
hai ventisette anni e a quanto pare non riesci a passare una serata pensando di andare in un locale. l'idea ogni tanto ti sfiora e ogni tanto ci vai, tipo a ballare se la musica merita. ma intanto alla fine se fuori è buio stai in giro a giocare, a vedere spettacoli o a fare le chiacchiere in strada con gli amici. a volte esci, poi la bici decide da sola e ti godi la notte. ma non è questo il caso o il momento, visto che ora sei a milano, corso italia, un posto che quando lo dirai a tua madre al telefono le sveglierà i ricordi che la pungeranno in varie zone di cervello e cuore e allora mi sa che le manderai un messaggio per non sentire la sua voce stanca e la sua difficoltà a far scivolare via i momenti difficili.
ieri in macchina c'era ste scazzato a morte, e l'unico rumore che si sentiva, oltre la musica dell'ipod, era quello di clave spostate da una parte all'altra. in quante macchine sulla cisa ci sono 15 clave? non lo so. in generale credo che non ci siano così tante clave quanti, non so, cani che fanno su e giù con la testa nelle automobili. hai 27 anni e non puoi fare un cazzo se due delle persone più importanti della tua vita scazzano perchè sono stanche di guidare e vogliono tutte e due dormire e te come una cretina non hai la patente perchè invece di guidare cazzeggiavi a scuola tra giornali laboratori e minchiate del cazzo.
casa di busk a milano è come il castello sulla pietra pesantissima di magritte. respiro in una città che in genere mi mette un'ansia subacquea.
bicicletta. via.
mercoledì 15 luglio 2009
...l'aria arancione di notte
...in bicicletta, mentre in maniera prodigiosa per una volta non mi perdo a centocelle. possibile che in un quartiere a scacchiera io non riesca mai a fare la stessa strada? possibilissimo. infatti, appunto, mi perdo sempre. devo uscire con mezz'ora di anticipo fissa.
slego la bici attaccata a un divieto di sosta e pedalo, in piedi. c'è una luna che disegna una luce a semicerchio negli spicchi di cielo tra i palazzi.
fischietto, con un po' di paranoia per le rotaie del tram che luccicano come tagliole urbane, golose delle ruote della mia bicicletta. fischietto e non posso fare a meno di pensare che venerdì parto. me ne vado. via. ripasso nella testa quello che non devo dimenticare: un libro che ho promesso di prestare a lopo, il sacco a pelo, il materassino e la tenda, controllare le previsioni del tempo. che ne so io se l'estate mitteleuropea regala le notti di cicale di qui? pedalo nelle strade che ormai mi sono più familiari di quelle del paese da dove vengo. conosco a memoria le buche e le increspature dell'asfalto, so dove riesco a mantenere l'assetto anche senza le mani sul manubrio e dove invece è meglio avere il freno a portata di indice e medio.
pedalo e canticchio e fischietto e mi proietto su dove sarò tra una settimana, e mi gusto il saperlo immaginare solo in parte. è bello non potere immaginare tutto, è ancora più bello avere chiari in testa quei due o tre puntini da sfiorare nel mio tragitto e poi per il resto lasciare che sia l'improvvisazione e l'umore mio e dei miei due compagni di viaggio a dettare il percorso. è bello pensare che sarò distante da qui. tanto. dai problemi e dalle consuetudini. guardare le cose da lontano è un palliativo efficace. i problemi sembrano più piccoli e con una loro logica nel punto in cui si sono piazzati a costringermi a modificare ancora una volta il mio stile adattivo, le mie strategie di sopravvivenza. e pensare che un giorno tornerò con un quaderno pieno di biglietti del treno e dei mezzi, email, pezzetti di storia e di un viaggio che aspettavo da più di un anno. sono anche felice che inizi dalla ferrovia roma-pisa, e spero di riuscire a prendere il caro vecchio regionale, quello da quattro ore e venti di percorso, infinito, di cui conosco le fermate a memoria. quello che regala morsi di mare e distese di campagna, serre, paesi, colline e ciminiere delle cattedrali elettriche che fanno da pietra miliare sulla costa tirrenica del centronord. quando si tengono i finestrini aperti si sente quasi il rumore delle ruote sulle rotaie, posso immaginare le traversine che passano veloci e ad una ad una seppelliscono un'increspatura di sopraccilglia o un momento ombroso. dal regionale, coi finestrini che ancora si possono abbassare e le tende ruvide e verdi che sbattono nell'aria impazzita, si possono sentire cambiare gli odori fuori. è un viaggio che merita questo nome forse più di altri viaggi in treni bianchi, silenziosi e velocissimi.
via via via nella traiettoria stretta e irrequieta del prossimo mese...
slego la bici attaccata a un divieto di sosta e pedalo, in piedi. c'è una luna che disegna una luce a semicerchio negli spicchi di cielo tra i palazzi.
fischietto, con un po' di paranoia per le rotaie del tram che luccicano come tagliole urbane, golose delle ruote della mia bicicletta. fischietto e non posso fare a meno di pensare che venerdì parto. me ne vado. via. ripasso nella testa quello che non devo dimenticare: un libro che ho promesso di prestare a lopo, il sacco a pelo, il materassino e la tenda, controllare le previsioni del tempo. che ne so io se l'estate mitteleuropea regala le notti di cicale di qui? pedalo nelle strade che ormai mi sono più familiari di quelle del paese da dove vengo. conosco a memoria le buche e le increspature dell'asfalto, so dove riesco a mantenere l'assetto anche senza le mani sul manubrio e dove invece è meglio avere il freno a portata di indice e medio.
pedalo e canticchio e fischietto e mi proietto su dove sarò tra una settimana, e mi gusto il saperlo immaginare solo in parte. è bello non potere immaginare tutto, è ancora più bello avere chiari in testa quei due o tre puntini da sfiorare nel mio tragitto e poi per il resto lasciare che sia l'improvvisazione e l'umore mio e dei miei due compagni di viaggio a dettare il percorso. è bello pensare che sarò distante da qui. tanto. dai problemi e dalle consuetudini. guardare le cose da lontano è un palliativo efficace. i problemi sembrano più piccoli e con una loro logica nel punto in cui si sono piazzati a costringermi a modificare ancora una volta il mio stile adattivo, le mie strategie di sopravvivenza. e pensare che un giorno tornerò con un quaderno pieno di biglietti del treno e dei mezzi, email, pezzetti di storia e di un viaggio che aspettavo da più di un anno. sono anche felice che inizi dalla ferrovia roma-pisa, e spero di riuscire a prendere il caro vecchio regionale, quello da quattro ore e venti di percorso, infinito, di cui conosco le fermate a memoria. quello che regala morsi di mare e distese di campagna, serre, paesi, colline e ciminiere delle cattedrali elettriche che fanno da pietra miliare sulla costa tirrenica del centronord. quando si tengono i finestrini aperti si sente quasi il rumore delle ruote sulle rotaie, posso immaginare le traversine che passano veloci e ad una ad una seppelliscono un'increspatura di sopraccilglia o un momento ombroso. dal regionale, coi finestrini che ancora si possono abbassare e le tende ruvide e verdi che sbattono nell'aria impazzita, si possono sentire cambiare gli odori fuori. è un viaggio che merita questo nome forse più di altri viaggi in treni bianchi, silenziosi e velocissimi.
via via via nella traiettoria stretta e irrequieta del prossimo mese...
giovedì 18 giugno 2009
the parting glass
volevo salutare un attimo mio padre. penso che tutta la mia vita di ora venga dal suo esempio:
ho imparato ad essere curiosa, generosa, a donare quello che avevo senza aspettarmi nulla in cambio, ma per il semplice gusto di condividere una gioia o una felicità minuscola. credo sia molto probabile che se sono un clown dottore e se sono giramondo (figlia delle stelle, vero lorè?) e se sono intraprendente e ospitale sia perchè l'ho imparato da lui. anche la testardaggine è stata il migliore difetto che ho, perchè mi ha dato modo di costruire tanto. un po' di orgoglio papà te lo potevi pure tenere, che mi mette sempre nei casini con le persone.
poi chiaro eri un cazzone, un compagnone, uno spericolato, una persona anche parecchio passionale, che a volte sapeva ferirmi.
so che ho potuto renderti orgoglioso con le mie piccole conquiste, e che apprezzavi quasi incondizionatamente le mie iniziative, che ti piaceva sfidarmi. so che ti ho salutato e che con te ho dato il meglio che potevo darti, come tu hai fatto con me. mi hai insegnato ad aggiustare le tapparelle, gli sciaquoni, a pensare che ogni oggetto potesse avere una seconda anima quando si rompeva e a inventare con questo una nuova vita. so che non mi pento di nulla, e che ho fatto in tempo ad imparare ad amarti per come sei, perchè te per me resti sempre una figura positiva. ti ringrazio per tutte le volte che mi hai chiesto se avevo passato un esame e non con quanto lo avessi passato. e per aver sbuffato e basta ogni volta che ti dicevo che avevo lasciato un fidanzato. "te stai bene?" "si" "allora va bene così".
ciao papà... ti saluto in una notte madrilena, con le persone migliori che potessi avere intorno in questo momento in cui te mi lasci andare nel mondo. tornerò a roma domani, e siccome ti ho promesso che andavo a vedere il museo del prado e la fontana di cui mi parlavi iieri, mi tocca tornare qui. ho accanto chicco, pisy, ciccio ed elena. non potevo essere nelle mani migliori. sono buoni amici papà, la giocoleria è stata la culla migliore in cui potessi approdare, stai tranquillo che ho abbracci, spalle e sorrisi in un sacco di posti ora, non sono mai sola.
ora si cena e poi forse si esce, il prossimo brindisi sappi che è per te. in alto i calici e che la strada sia lieve e buona.
ho imparato ad essere curiosa, generosa, a donare quello che avevo senza aspettarmi nulla in cambio, ma per il semplice gusto di condividere una gioia o una felicità minuscola. credo sia molto probabile che se sono un clown dottore e se sono giramondo (figlia delle stelle, vero lorè?) e se sono intraprendente e ospitale sia perchè l'ho imparato da lui. anche la testardaggine è stata il migliore difetto che ho, perchè mi ha dato modo di costruire tanto. un po' di orgoglio papà te lo potevi pure tenere, che mi mette sempre nei casini con le persone.
poi chiaro eri un cazzone, un compagnone, uno spericolato, una persona anche parecchio passionale, che a volte sapeva ferirmi.
so che ho potuto renderti orgoglioso con le mie piccole conquiste, e che apprezzavi quasi incondizionatamente le mie iniziative, che ti piaceva sfidarmi. so che ti ho salutato e che con te ho dato il meglio che potevo darti, come tu hai fatto con me. mi hai insegnato ad aggiustare le tapparelle, gli sciaquoni, a pensare che ogni oggetto potesse avere una seconda anima quando si rompeva e a inventare con questo una nuova vita. so che non mi pento di nulla, e che ho fatto in tempo ad imparare ad amarti per come sei, perchè te per me resti sempre una figura positiva. ti ringrazio per tutte le volte che mi hai chiesto se avevo passato un esame e non con quanto lo avessi passato. e per aver sbuffato e basta ogni volta che ti dicevo che avevo lasciato un fidanzato. "te stai bene?" "si" "allora va bene così".
ciao papà... ti saluto in una notte madrilena, con le persone migliori che potessi avere intorno in questo momento in cui te mi lasci andare nel mondo. tornerò a roma domani, e siccome ti ho promesso che andavo a vedere il museo del prado e la fontana di cui mi parlavi iieri, mi tocca tornare qui. ho accanto chicco, pisy, ciccio ed elena. non potevo essere nelle mani migliori. sono buoni amici papà, la giocoleria è stata la culla migliore in cui potessi approdare, stai tranquillo che ho abbracci, spalle e sorrisi in un sacco di posti ora, non sono mai sola.
ora si cena e poi forse si esce, il prossimo brindisi sappi che è per te. in alto i calici e che la strada sia lieve e buona.
sabato 23 maggio 2009
l'aria è sottile. niente a che vedere con le nove e mezza di mattina di roma, che sono già afose e piene di smog. si respira facile, mette voglia di una bella sigaretta mattutina. soprattutto dopo aver fatto colazione nel tendone mensa e aver parlato con una delle tante volontarie di qui, che faceva l'università all'aquila ed è di roma. e mi racconta che mentre in questo campo c'è tutto, ci sono dei paesi arroccati nelle montagne con le strade sfasciate dal terremoto in cui si arriva solo a piedi. ci sono i ragazzi del collettivo dell'università che portano i generi di prima necessità, compresa la chemio a un signore. quei paesi che quando ci si passa d'estate, tra le case di pietra e tutto il resto si pensa che sono così carini, persi nel tempo. mi racconta che le autorità non vogliono far emergere questo, che spesso mettono i bastoni tra le ruote, che non vogiono impicci in mezzo. mi chiedo perchè qui a piazza d'armi ci siano insegne e riconoscimenti, alcune cose quasi frivole, e in altri posti non ci sia nulla, davvero nulla. mi chiedo che cazzo fanno i giornalisti di lavoro. mi chiedo perchè, che si sia protezione civile, clown dottori o altro, davanti a un'emergenza e una serie di necessità così semplici e intuitive, si mettano in mezzo questioni di visibilità mediatica, di pubblicità, insinuazioni di malafede, quando si tratta solo di sporcarsi le mani, usare e gambe e gli occhi e il cuore. mi chiedo perchè siamo così maledettamente generosi e perchè così maledettamente stronzi. mi chiedo cosa si veda dalla tivvù, cosa si veda da fuori e da chi non c'è mai stato, mi chiedo come faccio a rispondere a chi mi dice quando sono a roma, "vanno meglio le cose, vero?" come se fosse una domanda retorica. vanno benissimo. certo. villette a schiera e gerani per tutti, mica tende blu con 40 gradi dentro quando ci batte il sole, da dividere in sei persone che se va bene si conoscevano anche da prima, se va benissimo sono tutte della stessa famiglia. vanno benissimo le cose, con due mesi di calcinacci che passano al lato del campo nei camion che scaricano poco più su a monte, che se uno sa dove mettersi lo vede da qui quello che resta del centro, e se ci passa vicino in macchina intuisce tra i calcinacci le macchie colorate dei vestiti. dal 7 aprile cambia che non ci sono più elicotteri isterici sulla testa, che non passano più le ambulanze, che la terra trema meno spesso, che il cibo non arriva più spappolato da avezzano ma finalmente è cucinato dai ragazzi della protezione civile di qui (che avevano cucine utilizzabili dal primo momento e invece avevano solo l'autorizzazione di preparare il the e il latte caldo di notte, che all'inizio era una scusa di aggregazione, per scambiare due chiacchiere a fine giornata, per spezzare le nottate fredde di aprile).
va tutto bene, al parco del wwf la sera di venerdì e sabato c'è musica, dal vivo o dj set, si balla e si fa casino nella città silenziosa in maniera surreale, c'è il vino e nessun vicino a lamentarsi.
va tutto bene, mi chiedo come si faccia a stabilire che una casa sia agibile se ogni tot fa un'altra scossa e allora si dovrebbe ricomniciare. allora, di sicuro non è così, di sicuro c'è un modo di stabilire l'agibilità nonostante le scosse. ma io non ci tornerei sotto un tetto e fra i mattoni. e infatti non ci tornarno.
a me sono bastate le scosse infinitamente più lievi a farmi venire paura, so che la vita deve ricominciare per tutti in maniera normale, ma io capisco questa paura. essere piccoli mentre la terra sotto i piedi se ne va affanculo.
fuori dal camper è sabato mattina, io mi fumo la sigaretta e poi trucco biancorosso appena accennato che tanto ormai non ce n'è più bisogno. occhi aperti, orecchie spalancate, gambe agili.
va tutto bene, al parco del wwf la sera di venerdì e sabato c'è musica, dal vivo o dj set, si balla e si fa casino nella città silenziosa in maniera surreale, c'è il vino e nessun vicino a lamentarsi.
va tutto bene, mi chiedo come si faccia a stabilire che una casa sia agibile se ogni tot fa un'altra scossa e allora si dovrebbe ricomniciare. allora, di sicuro non è così, di sicuro c'è un modo di stabilire l'agibilità nonostante le scosse. ma io non ci tornerei sotto un tetto e fra i mattoni. e infatti non ci tornarno.
a me sono bastate le scosse infinitamente più lievi a farmi venire paura, so che la vita deve ricominciare per tutti in maniera normale, ma io capisco questa paura. essere piccoli mentre la terra sotto i piedi se ne va affanculo.
fuori dal camper è sabato mattina, io mi fumo la sigaretta e poi trucco biancorosso appena accennato che tanto ormai non ce n'è più bisogno. occhi aperti, orecchie spalancate, gambe agili.
domenica 17 maggio 2009
la strada verso casa...
...inizia semisdraiata nel sedile posteriore di una punto color ghiaccio sulla a24, fuori il diluvio, io dormo e un po' sogno un po' percepisco la fisarmonica di movimento del traffico che rallenta e riparte nella pioggia torrenziale, che l'asfalto drenante a quanto pare gli fa comunque una pippa. alla fine decido che sono sveglia, e fuori una collina tutta di ginestre e cespugli mi saluta. giro gli occhi di là, e c'è l'arcobaleno. e allora mi si innesca un filo di pensieri infinito che mi riporta tra la mia infanzia e il periodo ventoso successivo e il presente.
ginestra. mio padre che spiega alla me stessa di otto anni che le ginestre crescono solo in zone abbastanza poco inquinate. il set è un sentiero tra i boschi e i prati della provincia sud di roma.
la punto color ghiaccio e i suoi abitanti mi lasciano nel piazzale di una stazione periferica, che il pacchetto sicurezza ha dotato di esercito in mimetica e caramba. stranamente però, mi fa piacere che siano lì, data la desolazione del posto. se fare il biglietto del treno è un'aspettativa tutt'altro che realizzabile, trovare un distributore automatico con dell'acqua equivale grossomodo a trovare una fontanella a nairobi. per cui mi conquisto una sedia, poso zaino arancione e clave verdi su un sedile e tiro fuori il mio libro fiammante nuovo di donpasta, ancora odoroso di carta ruvida.
grilli e profumo di campagna tiepida. per me è la sicilia, le serate nella campagna tra cinisi e terrasini, con la sola rete a separarmi dall'aeroporto di puntaraisi, che sostituiva nei giorni di scirocco la televisione in cui si vedeva solo italia sette (e infatti conservo la memoria di colpogrosso ad ore improponibili di insonnia e sudore). aerei che partivano e atterravano, la torre bianca e il mare, un barlume ancora di luce del sole che non si decideva ad andare a dormire, un tappeto sterminato di stelle. e i grilli furiosi a riempire l'aria del loro canto denso.
leggo e il tempo è risucchiato tra gli spazi delle parole del libro, e arriva il treno. un attimo prima leggevo della ricetta della pasta con le sarde, di palermo e della finocchiella selvatica e magicamente, in questo treno che attraversa la periferia della città, entra l'odore dei prati e della finocchiella, e allora come si fa a sentirsi stranieri in qualche posto? come si fa mentre il treno lento di mille stazioni fra i palazzi e le zone industriali mi riporta nella mia strada e nei miei momenti?
scendo alla stazione, forse la prima in cui dal treno scendono più di due o tre persone. scopro scorci della città di sera nel mio quartiere che non conoscevo ancora. una frutteria di pakistani aperta ancora alle nove e un quarto di sera. una gelateria di arabi con due tipi assolutamente romani che ci giocano a carte. l'aria della città è già torrida, dal fresco primaverile in due giorni si è passati alla lunga estate di qua. io sogno una chimica ma fresca heineken, che resta il mio viatico del ritorno a casa tradizionale. ora si tratta di guadagnare gli ultimi isolati, e la nostalgia che sento è quella di alzare lo sguardo in alto e vedere le stelle, come quando ero a casa dai miei genitori. quartiere di fuorisede questo, ragazzi alle finestre coi loro puntini arancioni che si illuminano nel buio, fra i posticipi insensati perchè, a quanto ho capito, il campionato è già vinto.
torno a casa, il tempo è quello giusto per la birra, un pezzo di pizza margherita comprata dall'egiziano, queste righe, e ora di nuovo trovo strada e bicicletta e occhi e persone.
"Ma certe nostre sere hanno un colore
che non sapresti dire
sospese fra l'azzurro e l'amaranto
e vibrano di un ritmo lento, lento"
ginestra. mio padre che spiega alla me stessa di otto anni che le ginestre crescono solo in zone abbastanza poco inquinate. il set è un sentiero tra i boschi e i prati della provincia sud di roma.
la punto color ghiaccio e i suoi abitanti mi lasciano nel piazzale di una stazione periferica, che il pacchetto sicurezza ha dotato di esercito in mimetica e caramba. stranamente però, mi fa piacere che siano lì, data la desolazione del posto. se fare il biglietto del treno è un'aspettativa tutt'altro che realizzabile, trovare un distributore automatico con dell'acqua equivale grossomodo a trovare una fontanella a nairobi. per cui mi conquisto una sedia, poso zaino arancione e clave verdi su un sedile e tiro fuori il mio libro fiammante nuovo di donpasta, ancora odoroso di carta ruvida.
"e noi che le stiamo ad aspettare
noi le sappiamo prigioniere
come le onde del mare
come le stelle del mare"
grilli e profumo di campagna tiepida. per me è la sicilia, le serate nella campagna tra cinisi e terrasini, con la sola rete a separarmi dall'aeroporto di puntaraisi, che sostituiva nei giorni di scirocco la televisione in cui si vedeva solo italia sette (e infatti conservo la memoria di colpogrosso ad ore improponibili di insonnia e sudore). aerei che partivano e atterravano, la torre bianca e il mare, un barlume ancora di luce del sole che non si decideva ad andare a dormire, un tappeto sterminato di stelle. e i grilli furiosi a riempire l'aria del loro canto denso.
leggo e il tempo è risucchiato tra gli spazi delle parole del libro, e arriva il treno. un attimo prima leggevo della ricetta della pasta con le sarde, di palermo e della finocchiella selvatica e magicamente, in questo treno che attraversa la periferia della città, entra l'odore dei prati e della finocchiella, e allora come si fa a sentirsi stranieri in qualche posto? come si fa mentre il treno lento di mille stazioni fra i palazzi e le zone industriali mi riporta nella mia strada e nei miei momenti?
"Si muovono e c'incantano le ore
di certe nostre sere
e sanno di partenza e di tramonto
e di sorvolare lento, lento"
scendo alla stazione, forse la prima in cui dal treno scendono più di due o tre persone. scopro scorci della città di sera nel mio quartiere che non conoscevo ancora. una frutteria di pakistani aperta ancora alle nove e un quarto di sera. una gelateria di arabi con due tipi assolutamente romani che ci giocano a carte. l'aria della città è già torrida, dal fresco primaverile in due giorni si è passati alla lunga estate di qua. io sogno una chimica ma fresca heineken, che resta il mio viatico del ritorno a casa tradizionale. ora si tratta di guadagnare gli ultimi isolati, e la nostalgia che sento è quella di alzare lo sguardo in alto e vedere le stelle, come quando ero a casa dai miei genitori. quartiere di fuorisede questo, ragazzi alle finestre coi loro puntini arancioni che si illuminano nel buio, fra i posticipi insensati perchè, a quanto ho capito, il campionato è già vinto.
torno a casa, il tempo è quello giusto per la birra, un pezzo di pizza margherita comprata dall'egiziano, queste righe, e ora di nuovo trovo strada e bicicletta e occhi e persone.
"Si muovono e c'incantano le ore
di certe nostre sere
e sanno di partenza e di tramonto
e di sorvolare lento, lento"
strofe di gianmaria testa
sabato 9 maggio 2009
la bolla di silenzio dentro
c'è questa bolla dentro, a livello del diaframma, che culmina con un nodo subito sotto la gola. c'è questa bolla invincibile che non riesco a scalfire in nessun modo, che non riesco a mandare ne sù ne giù, che gli abbracci, il sesso, il silenzio o il fracasso non dissolvono. c'è sta bolla che mi fa sfuggire gli occhi e gli sguardi degli altri per non farmi guardare dentro, con tutta la banalità di un momento di nulla assoluto. fuori dal plexiglass del camper, tende blu, come un'assudo villaggio. le montagne con la neve intorno. quello che mi è richiesto qui è il mio lavoro e il mio sorriso, e faccio davvero fatica. una settimana fa ero in un posto ad aspettare un gala, con un piccolo lieve sogno splendente nel cuore. vedevo persone che stanno costruendo il loro tragitto su questa terra che è un puntino collassato su se stesso, dove distanze materiali e mentali possono annullarsi o espandersi in un giro di parole o sorrisi. e nonostante questo lasciare un solco luminoso, lo stesso dei loro occhi che ricalcano il percorso tortuoso e inimmaginabile dei loro sogni. e io in mezzo. puntino fermo, luminoso a metà. mi sono accontentata dei miei sogni, di realizzarne in parte e di non farli splendere del tutto per paura di una cazzata come un fallimento. ho lasciato andare persone lungo la strada, per paura di perderle quando questa era intrapresa. quando ce la farò a prendere il filo del prossimo palloncino e non farlo sfuggire lontano da me per poi guardarlo da giù, distante come un ricordo dell'infanzia di un'altra persona? andare in convention è vedere tante persone col loro palloncino appena comprato da mamma e papà, lo guardano orgogliosi mentre il filo è saldo nelle loro mani, ne dirigono la traiettoria in una strada affollata di gente dove lui fa capolino a un paio di spanne sulle teste della folla grigia. tipo metropolis, per capirci, ma con questa piccola incongrua macchia di colore potente a far alzare la testa a chi passa lì vicino. io avevo paura a staccare i piedi e a fare il salto, avevo paura a seguire le impronte sulla neve su un pendio scosceso una mattina luminosa in montagna, avevo paura a chiedere un numero di telefono o un altro abbraccio, avevo paura di fare vedere il disegno del gatto pensando che se mi avessero detto che sembrava una tartaruga avrei posato per sempre le matite. e ora, che alcune di queste cose hanno ancora la forma del mostro milleocchi che mi tormentava nella mia infanzia ed altre sono solo piccole cicatrici nelle trame delle righe delle mie mani, io mi chiedo perchè non le sconfiggo tutte e finalmente non lascio che gli altri possano sorridere quando mi passano accanto e vedano il palloncino che, lieve come un sospiro di sollievo, segue i miei passi tra la gente una spanna più su.
venerdì 3 aprile 2009
her morning elegance
"Sun been down for days
A pretty flower in a vase
A slipper by the fireplace
A cello lying in it's case
Soon she's down the stairs
Her morning elegance she wears
The sound of water makes her dream
Awoken by a cloud of steam
She pours a daydream in a cup
A spoon of sugar sweetens up
And She fights for her life
As she puts on her coat
And she fights for her life on the train
She looks at the rain
As it pours
And she fights for her life
As she goes in a store
With a thought she has caught
By a thread
She pays for the bread
And She goes...
Nobody knows
Sun been down for days
A winter melody she plays
The thunder makes her contemplate
She hears a noise behind the gate
Perhaps a letter with a dove
Perhaps a stranger she could love
And She fights for her life
As she puts on her coat
And she fights for her life on the train
She looks at the rain
As it pours
And she fights for her life
As she goes in a store
With a thought she has caught
By a thread
She pays for the bread
And She goes...
Nobody knows
And She fights for her life
As she puts on her coat
And she fights for her life on the train
She looks at the rain
As it pours
And she fights for her life
Where people are pleasently strange
And counting the change
And She goes...
Nobody knows"
martedì 24 marzo 2009
giovedì 19 marzo 2009
il cielo scappa via tra i palazzi troppo stretti per far evaporare i sogni che a volte sono troppo densi per lasciarmi dormire. la leggerezza in una fetta di neroblu offuscato tra smog e nuvole. poche stelle a disposizione per sognare l'altrove di cui a volte ho bisogno per scappare un po' via.
avrei bisogno di un orizzonte aperto e mansueto dove far scorrere gli occhi e riposare il cervello, uno spazio immobile da attraversare in compagnia del rumore dei passi e di una canzone accennata a bocca chiusa, ad uso e consumo delle mie orecchie interne...
...And I wonder when I sing along with you,
If everything could ever be this real forever.
If anything could ever be this good again,
The only thing I'll ever ask of you.
You gotta promise not to stop when I say when.
She sang....
avrei bisogno di un orizzonte aperto e mansueto dove far scorrere gli occhi e riposare il cervello, uno spazio immobile da attraversare in compagnia del rumore dei passi e di una canzone accennata a bocca chiusa, ad uso e consumo delle mie orecchie interne...
...And I wonder when I sing along with you,
If everything could ever be this real forever.
If anything could ever be this good again,
The only thing I'll ever ask of you.
You gotta promise not to stop when I say when.
She sang....
domenica 15 marzo 2009
alpe della luna
non riesco a togliere gli scarponi dai piedi e a lasciare che questi giorni se ne vadano.
avevo dimenticato cosa significa camminare.
camminare significa non fermarsi, anche quando si è stanchi. andare appena un po' oltre i propri limiti, e quando non si può più andare avanti, fermarsi, guardarsi intorno, rendersi conto di dove si è arrivati, da dove si è partiti e dove si vuole andare. significa che a volte quello che sta davanti fa paura, ma l'unica cosa sbagliata da fare è fermarsi e permettere alla paura di fermarmi. andare avanti. fa paura ma si può fare, è la paura stessa l'unico elemento di cui avere paura. si può tornare indietro o trovare una strada alternativa, ma fermarsi no.
la strada sconnessa sotto le suole degli scarponi smussa i pensieri, toglie gli angoli e gli trova il posto giusto nella testa. stanca le gambe e spezza il fiato, ma mi fa guadagnare un momento piccolo ed inestimabile di forza e fiducia. mi ricolloca alla mia piccolezza nel mondo. mi riporta alle origini e mi aiuta a mettere a fuoco gli obiettivi. mi fa apprezzare tutto quello che ho e lasciare andare quello che non mi serve.
salire salire salire e guardare i segni bianchi e rossi che mi dicono dove andare. mi fa prendere gusto a vedere cosa succede oltre.
salire e sentire gli odori del campo estivo o delle route. salire mi regala momenti autentici con le persone che ho accanto. l'odore dell'erba umida che si asciuga quando il sole la scalda lentamente.
nel silenzio del bosco, il rumore secco e sommesso di una foglia contro un ramo diventa forte da riempire l'aria sottile. mi riporta ricordi di altri sentieri, altri rumori sotto le scarpe. mi ricorda dei mille sentieri in cui si sono montate e smontate amicizie, di tormentoni e battute, sorrisi stanchi.
arrivare e togliere lo zaino. e sentirsi leggeri e in alto e unici, che in quel momento la vista da lassù è solo mia.
ripartire pensando di aver aggiunto immagini in più alle foto mentali di una vita passata a scommettere e giocare e sentirsi, ascoltarsi. ripartire, e ormai i piedi vanno da soli, e si potrebbe ancora camminare, che quello che succede dal bacino in giù è diventato il motore del respiro stesso e riesce difficile pensare che possa si possa esistere senza. c'è il cielo dietro i rami scuri, ci sono i caprioli che saltellano da una parte all'altra, c'è una mano a cui affidarsi e camminare col naso in alto nell'aria fresca della sera. c'è che è strano come un tempo lungo sia brevissimo mentre è vissuto e ancora più breve diventa nel ricordo.
domenica 8 marzo 2009
la psicologia maschile secondo lo'
io:- oh, ma lo sai che oggi mister ics mi ha scritto "ti mando un bacio" sulla chat di facebook così a buffo?
lo':-vuol dire che ha voglia di scopare.
lo':-vuol dire che ha voglia di scopare.
mercoledì 25 febbraio 2009

ci sono due biciclette rumorose che pedalano verso il molo. si lasciano indietro il carnevale, delle patatine fritte, un panino... avanzano storte e poco stabili verso un posto raccontato, ancora non vissuto da entrambe le persone spettinate che portano le bici avanti.
camminano su una lingua di cemento, tra il mare e i cantieri navali. da una parte scogli, pescatori, onde nemmeno troppo scomposte. dall'altra i cantieri. i motoscafi, sabbia, rete, sterpaglia... lontano la città, i carri e il carnevale.
il vento li schiaffeggia e loro lo lasciano entrare nelle ferite dei loro cuori, che hanno bisogno di essere nuovi. hanno bisogno e diritto di essere nuovi. e parlano, parlano del loro dolore. o stanno zitti, inspiegabilmente inchiodati alle rocce dell'estremità del molo. il momento è regalato, inviolabile.
corpi, corpi nella calca di una festa, corpi di sconosciuti con mani che si protendono a spostarmi da una parte per passare, nella piena confusione della musica alta da cui a volte emergono solo brandelli di parole degli altri, che entrano nelle orecchie e abbandonano subito i timpani via per il nervo acustico e di nuovo via lontano per un posto dove si perdono le cose.
il contatto è normale e accettato, tutti stretti per passare, tenendosi per mano e non perdersi o con la voglia di perdersi e non ritrovarsi più. anche la folla funziona per disgregare. questi mille corpi è come se creassero una quantità di frammenti di me, che mi scompongo, che perdo un pezzetto in ogni contatto infinitesimale e mi libero e poi quando rimetto insieme i pezzi il giorno dopo, tra le occhiaie e il mal di testa, scelgo cosa tenere e cosa lasciare, ed è come aver camminato tutto il giorno. lascio andare il superfluo tra la folla, cerco di restare all'essenza. l'indipendenza di un puntino tra mille altri puntini. la consapevolezza, ogni secondo di più, che tutto quello di cui ho bisogno è la consapevolezza di me stessa e che il resto non serve a molto. il resto, se lo tengano attaccato addosso i gomiti le spalle le mani le schiene di tutti quelli che mi passano accanto.
la catena della bicicletta mi tradisce in questo freddo di tramontana, poi mi accorgo del cielo impressionante di questa sera, con le stelle della cintura di orione talmente splendenti da sembrare dei buchini perfetti sul telo nero del cielo.
venerdì 20 febbraio 2009
la corda molle--- lettera a lando
ho finito ora di vedere caos calmo con lea.
un po' ho pianto.
prima, mentre le raccontavo la giornata di oggi in cucina, mentre facevamo una cena che era un pretesto col the e la tisana e i biscotti. e ora che l'ho salutata. ho avuto la sua spalla morbida di lana del maglione su cui tenere la testa durante il film. ho avuto la sua schiena dove nascondermi quando non volevo guardare.
ho potuto appoggiarmi, qualche ora. sentire qualcuno che si prendeva cura di me. in passato è successo che io e lea ci siamo un po' perse, e poi ritrovate, e ora c'è lei, una delle poche, o forse l'unica vera presenza femminile della mia vita. lea sa risplendere e sprofondare, sa essere caustica o dolce in maniera struggente. spesso si chiude a riccio come me quando sta male. anche lei vive da sola, anche lei due lavori, anche lei clown dottoressa e poi, educatrice. anche lei si trova ad essere sintesi e perno di mille esistenze complesse, famiglie sfasciate, sogni infranti. anche lei si butta nelle cose, si fa male, si benedice e maledice, si vive i conflitti, arriva a fine mese più o meno col frigo pieno, vive in una casa non sua, vive in una tana che si regge con fili fragili e invisibili, vive di piccoli equilibri sconnessi, vive in equilibrio su una corda molle che oscilla.
la corda molle è uno strano concetto di equilibrio. succede che è folle in tutto. legata ai suoi estremi, oscilla. la prima volta che ci si mette il piede trema tutta la gamba, e non c'è verso, e il primo pensiero è: non ce la farò mai. poi, succede che per un istante si sta su. in quel singolo secondo della vita, i pensieri, il corpo e l'universo sono allineati. e si capiscono un sacco di cose. che l'equilibrio è frutto di un continuo lavoro di muscoli e cervello, che l'immobilità porta inevitabilmente al suolo. che l'asse inerziale, in quel momento, è costituito da chi sta sulla corda. quindi, ci si trova al centro del proprio mondo, tutto è relativo, ma il punto di vista, l'origine degli assi cartesiani, siamo solo noi stessi. il resto, attorno, sono i quadretti della pagina, sono le cancellature e la macchia di cioccolato mangiucchiato tra un'equazione e l'altra. tutto sottile, astratto ed effimero, e terribilmente personale.
giorni come oggi, in cui mi dimentico che io, quegli attimi assoluti, quell'equilibrio, lo so trovare. l'ho trovato mille volte, solo che a volte sono stanca, o solo mi dimentico che la profonda stanchezza che ho, fa parte anch'essa delle forze che concorrono o si oppongono nel farmi stare su. mi pretendo immobile in una corrente che passa veloce attorno a me. mi faccio spaventare dalla mia stessa paura, che sia paura dell'abbandono o del fallimento. ma come si può stare con qualcuno, se non si sperimenta la solitudine? come si può riuscire, e saperlo cogliere, se mai si è sperimentato il fallimento? mi dimentico la gentilezza, e la pazienza, mi lascio prendere dalla frenesia di stare su, e dimentico di respirare. mi dimentico che la debolezza è una sfumatura meravigliosa di ciascuno di noi. è quello che serve a cambiare, ad evolvere, a mettersi in gioco. la fragilità, la sensibilità e la trasparenza sono quello che, alla fine, ci rende finestre sul mondo. spugne, con minuscoli infiniti infinitesimali fori tutti diversi che assorbono quello di cui hanno bisogno, e non capiscono cosa è giusto finchè non lo incontrano.
io incontro persone, emozioni, viaggi in treno col finestrino di lato. viaggi per scappare o arrivare, tristi, allegri, con la musica, con un libro, viaggi per dormire e venire svegliati dal controllore. viaggi in cui si chiacchiera o viaggi in cui la necessità di intimità è talmente forte da lasciare tutti lontani. siamo isole, siamo puntini, siamo tutto in noi.
la mia vita è meravigliosa.
buonanotte, un abbraccio.
i.
un po' ho pianto.
prima, mentre le raccontavo la giornata di oggi in cucina, mentre facevamo una cena che era un pretesto col the e la tisana e i biscotti. e ora che l'ho salutata. ho avuto la sua spalla morbida di lana del maglione su cui tenere la testa durante il film. ho avuto la sua schiena dove nascondermi quando non volevo guardare.
ho potuto appoggiarmi, qualche ora. sentire qualcuno che si prendeva cura di me. in passato è successo che io e lea ci siamo un po' perse, e poi ritrovate, e ora c'è lei, una delle poche, o forse l'unica vera presenza femminile della mia vita. lea sa risplendere e sprofondare, sa essere caustica o dolce in maniera struggente. spesso si chiude a riccio come me quando sta male. anche lei vive da sola, anche lei due lavori, anche lei clown dottoressa e poi, educatrice. anche lei si trova ad essere sintesi e perno di mille esistenze complesse, famiglie sfasciate, sogni infranti. anche lei si butta nelle cose, si fa male, si benedice e maledice, si vive i conflitti, arriva a fine mese più o meno col frigo pieno, vive in una casa non sua, vive in una tana che si regge con fili fragili e invisibili, vive di piccoli equilibri sconnessi, vive in equilibrio su una corda molle che oscilla.
la corda molle è uno strano concetto di equilibrio. succede che è folle in tutto. legata ai suoi estremi, oscilla. la prima volta che ci si mette il piede trema tutta la gamba, e non c'è verso, e il primo pensiero è: non ce la farò mai. poi, succede che per un istante si sta su. in quel singolo secondo della vita, i pensieri, il corpo e l'universo sono allineati. e si capiscono un sacco di cose. che l'equilibrio è frutto di un continuo lavoro di muscoli e cervello, che l'immobilità porta inevitabilmente al suolo. che l'asse inerziale, in quel momento, è costituito da chi sta sulla corda. quindi, ci si trova al centro del proprio mondo, tutto è relativo, ma il punto di vista, l'origine degli assi cartesiani, siamo solo noi stessi. il resto, attorno, sono i quadretti della pagina, sono le cancellature e la macchia di cioccolato mangiucchiato tra un'equazione e l'altra. tutto sottile, astratto ed effimero, e terribilmente personale.
giorni come oggi, in cui mi dimentico che io, quegli attimi assoluti, quell'equilibrio, lo so trovare. l'ho trovato mille volte, solo che a volte sono stanca, o solo mi dimentico che la profonda stanchezza che ho, fa parte anch'essa delle forze che concorrono o si oppongono nel farmi stare su. mi pretendo immobile in una corrente che passa veloce attorno a me. mi faccio spaventare dalla mia stessa paura, che sia paura dell'abbandono o del fallimento. ma come si può stare con qualcuno, se non si sperimenta la solitudine? come si può riuscire, e saperlo cogliere, se mai si è sperimentato il fallimento? mi dimentico la gentilezza, e la pazienza, mi lascio prendere dalla frenesia di stare su, e dimentico di respirare. mi dimentico che la debolezza è una sfumatura meravigliosa di ciascuno di noi. è quello che serve a cambiare, ad evolvere, a mettersi in gioco. la fragilità, la sensibilità e la trasparenza sono quello che, alla fine, ci rende finestre sul mondo. spugne, con minuscoli infiniti infinitesimali fori tutti diversi che assorbono quello di cui hanno bisogno, e non capiscono cosa è giusto finchè non lo incontrano.
io incontro persone, emozioni, viaggi in treno col finestrino di lato. viaggi per scappare o arrivare, tristi, allegri, con la musica, con un libro, viaggi per dormire e venire svegliati dal controllore. viaggi in cui si chiacchiera o viaggi in cui la necessità di intimità è talmente forte da lasciare tutti lontani. siamo isole, siamo puntini, siamo tutto in noi.
la mia vita è meravigliosa.
buonanotte, un abbraccio.
i.
domenica 15 febbraio 2009
la gente, nella fattispecie mr. intellettuale giocatore di sport acquatici intelligente roker col sorriso bastardo, dice che ci ha i sensi di colpa 24 ore su ventiquattro, sissignori.
ma suddetto GenioDelMale, mica fa nulla per non farseli venire.
allora poi, che si lamenta?
io, ai vigliacchi, gli darei la sedia elettrica. anche se tutt'ora la soluzione più facile è cancellare per la seconda volta in quindici giorni il loro numero di telefono.
elimina.
scheda.
si.
ma suddetto GenioDelMale, mica fa nulla per non farseli venire.
allora poi, che si lamenta?
io, ai vigliacchi, gli darei la sedia elettrica. anche se tutt'ora la soluzione più facile è cancellare per la seconda volta in quindici giorni il loro numero di telefono.
elimina.
scheda.
si.
sabato 14 febbraio 2009
sembra che l'unica cosa importante in questo momento sia ascoltare la versione live di the passenger, direttamente dagli anni settanta nelle mie orecchie mentre pedalopedalopedalo veloce verso il pigneto e poi nel cuore di roma a perdermi, con le guance fredde al sole di tramontana di oggi, con una quantità infinita di variabili come minuscoli pixel che compongono la mia immagine in movimento. occhi di persone, sogni, illusioni, aspirazioni, momenti di solitudine e momenti di amore universale, momenti in cui vorrei avere le braccia come motoseghe a far fuori tutti gli ostacoli che mi si parano davanti e a far sanguinare palazzi e paracarri di marmo e alberi e persone, e momenti in cui mi sembra di scivolare e perdermi come l'acqua, o l'aria, intorno... momenti in cui mi disperdo nei riflessi della città, momenti in cui resto un'identità compatta e nera che si sposta nella città-formicaio che mi fa, da mamma, pancia e padrona assieme.
I am the passenger
And I ride and I ride
I ride through the citys backside
I see the stars come out of the sky
Yeah, theyre bright in a hollow sky
You know it looks so good tonight...........
mioddio
devo uscire di qui
I am the passenger
And I ride and I ride
I ride through the citys backside
I see the stars come out of the sky
Yeah, theyre bright in a hollow sky
You know it looks so good tonight...........
mioddio
devo uscire di qui
martedì 10 febbraio 2009
lunedì 2 febbraio 2009
scirocco
vola tutto, travolto da questo vento forte che scompiglia capelli e pensieri sparsi. li disperde, rende più facile far volare via le cose.
lo scirocco, in sicilia, si dice che porti le persone a fare cose strane. omicidi, follie di vario genere, nervosismo, umore lunatico.
quando c'è scirocco tutto è perdonato.
io appendo i pensieri allo stendino attaccandoli blandi con le mollette ai loro fili, sperando che il vento li porti via stasera, perchè sono troppo vigliacca per lasciarli davvero andare da sola.
ancora troppo vigliacca, fragile e sognatrice.
lo scirocco, in sicilia, si dice che porti le persone a fare cose strane. omicidi, follie di vario genere, nervosismo, umore lunatico.
quando c'è scirocco tutto è perdonato.
io appendo i pensieri allo stendino attaccandoli blandi con le mollette ai loro fili, sperando che il vento li porti via stasera, perchè sono troppo vigliacca per lasciarli davvero andare da sola.
ancora troppo vigliacca, fragile e sognatrice.
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