...in bicicletta, mentre in maniera prodigiosa per una volta non mi perdo a centocelle. possibile che in un quartiere a scacchiera io non riesca mai a fare la stessa strada? possibilissimo. infatti, appunto, mi perdo sempre. devo uscire con mezz'ora di anticipo fissa.
slego la bici attaccata a un divieto di sosta e pedalo, in piedi. c'è una luna che disegna una luce a semicerchio negli spicchi di cielo tra i palazzi.
fischietto, con un po' di paranoia per le rotaie del tram che luccicano come tagliole urbane, golose delle ruote della mia bicicletta. fischietto e non posso fare a meno di pensare che venerdì parto. me ne vado. via. ripasso nella testa quello che non devo dimenticare: un libro che ho promesso di prestare a lopo, il sacco a pelo, il materassino e la tenda, controllare le previsioni del tempo. che ne so io se l'estate mitteleuropea regala le notti di cicale di qui? pedalo nelle strade che ormai mi sono più familiari di quelle del paese da dove vengo. conosco a memoria le buche e le increspature dell'asfalto, so dove riesco a mantenere l'assetto anche senza le mani sul manubrio e dove invece è meglio avere il freno a portata di indice e medio.
pedalo e canticchio e fischietto e mi proietto su dove sarò tra una settimana, e mi gusto il saperlo immaginare solo in parte. è bello non potere immaginare tutto, è ancora più bello avere chiari in testa quei due o tre puntini da sfiorare nel mio tragitto e poi per il resto lasciare che sia l'improvvisazione e l'umore mio e dei miei due compagni di viaggio a dettare il percorso. è bello pensare che sarò distante da qui. tanto. dai problemi e dalle consuetudini. guardare le cose da lontano è un palliativo efficace. i problemi sembrano più piccoli e con una loro logica nel punto in cui si sono piazzati a costringermi a modificare ancora una volta il mio stile adattivo, le mie strategie di sopravvivenza. e pensare che un giorno tornerò con un quaderno pieno di biglietti del treno e dei mezzi, email, pezzetti di storia e di un viaggio che aspettavo da più di un anno. sono anche felice che inizi dalla ferrovia roma-pisa, e spero di riuscire a prendere il caro vecchio regionale, quello da quattro ore e venti di percorso, infinito, di cui conosco le fermate a memoria. quello che regala morsi di mare e distese di campagna, serre, paesi, colline e ciminiere delle cattedrali elettriche che fanno da pietra miliare sulla costa tirrenica del centronord. quando si tengono i finestrini aperti si sente quasi il rumore delle ruote sulle rotaie, posso immaginare le traversine che passano veloci e ad una ad una seppelliscono un'increspatura di sopraccilglia o un momento ombroso. dal regionale, coi finestrini che ancora si possono abbassare e le tende ruvide e verdi che sbattono nell'aria impazzita, si possono sentire cambiare gli odori fuori. è un viaggio che merita questo nome forse più di altri viaggi in treni bianchi, silenziosi e velocissimi.
via via via nella traiettoria stretta e irrequieta del prossimo mese...
mercoledì 15 luglio 2009
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