la mia città sfila via di lato al treno, come ogni giorno. ma la destinazione inusuale la fa sembrare diversa. un'altra città. non sono arrivata in stazione in bicicletta. non ho con me le cose per andare a lavorare. le rotiaie, dritte inesorabili, mi portano oggi ALTROVE. anche se queste, in particolare, che passano nella pancia del pigneto, sotto il gasometro, attraverso trastevere e via, parallele al mare fin lassù, sono state l'inizio si viaggi memorabili per motivi diversi. viaggi che continuano a piedi. viaggi in treno verso l'europa sconosciuta. viaggi a fare volare il cuore per occhi e mani solo sognati.
parto ancora da qui. vita nomade, km che passano, fili d'erba e fili dell'alta tensione.
orbetello e la tempesta. fuori dal finestrino, l'intuizione tra il cielo e la terra resta sospesa. il grigio avvolge ogni cosa, pioggia sui vetri. mi viene da restare sul treno fino a torino. [pensiero storto: il macchinista, fuori, che vede?].
sabato 29 novembre 2008
lunedì 24 novembre 2008
"Poserò la testa sulla tua spalla
e farò
un sogno di mare
e domani un fuoco di legna
perché l'aria azzurra
diventi casa
chi sarà a raccontare
chi sarà
sarà chi rimane
io seguirò questo migrare
seguirò
questa corrente di ali"
il buon l. mi manda questo da una canzone che gli piace e, mi dice, lo fa pensare a me.
seguo le correnti d'ali. non conosco la destinazione. mi sforzo di ricordare cosa ho messo nello zaino, spero ci sia tutto... ripasso mentalmente quelle due o tre cose senza cui io non posso partire.
ci sono. il resto è solo la sicurezza per andare, palliativi per sentire la casa ovunque (quale casa? mi sono mai sentita a casa? io?).
in ogni modo, non che in questi mesi sia cambiato molto. mi tengo a rispettosa distanza da quello che può ferirmi, e quello che può ferirmi adesso è un battito di cuore o di ciglia di troppo.
è uno sguardo che arriva un po' più giù a studiare i lembi freschi delle ferite che si stanno rimarginando, e che ogni tanto si riaprono e rifanno male.
fanno uscire i fantasmi e, pazientemente, quelle immagini perdono definizione, allontanandosi di un millimetro alla volta dal presente. pian piano. c'è tempo per imparare a respirare ancora. c'è tempo per studiare strade diverse ma non troppo lontane. coi loro percorsi e i loro riccioli di asfalto, diversi, ma che se proprio non si può fare a meno, che ci sia almeno il modo di guardarsi da un orizzonte all'altro.
intanto i giorni scorrono, al ritmo ipnotico dei pedali, e le discese che amo, che sconvolgono i capelli e fanno svolazzare i lacci della felpa nel vento, sono la droga che mi fa divorare i giorni. pedalare, musica nelle orecchie e naso nel vento. in piedi sui pedali. da sola. una solitudine potente e appagante. la verità è che a me, adesso, non manca davvero nulla. ho trovato il mio equilibrio nello sguardo malinconico che ricorda il buon l, nelle sigarette silenziose seduta per terra sul balcone, coi piedi poggiati alla ringhiera. ho trovato il mio equilibrio nei km che periodicamente mi lascio alle spalle in treno, nei miei viaggi solitari, pellegrinaggi più o meno giustificati da cause più o meno esistenti nella realtà. invento mille pretesti per partire. la bicicletta, il treno, il viaggio dell'archetto sulle corde del violino, la rotazione di una clava in aria, sicura verso la mia mano sinistra e di nuovo verso la mia mano destra. non mi fermo, non mi fermo mai. in silenzio, esploro lo spazio che mi circonda e mi riscopro sola, e libera. è come un conoscersi da capo. capire come ci si colloca nell'esistenza che sto intessendo. dove devo aggiustare, dove devo lasciar scivolare.
i disegni che ho in testa.
i posti che voglio vedere.
le persone che sono partite, da andare a trovare.
momenti futuri da catturare in foto di particolari insignificanti (grossi cerchi e clave gialle, una persona che nuota a capo gallo fino al pontile, e anche se non si vede la faccia si vede la disperazione, un amico che non guarda più negli occhi quando dice ciao perchè ha deciso che gli faccio del male, uno che vive tra le colline troppo lontane da qui perchè possa prenderlo per mano, uno che si arrampica sulle corde di un parco in una città straniera e mi racconta i segreti del suo cuore da sugellare a vita a botte di tequila, una che se sta male scompare e poi torna come se nulla fosse più sorridente che mai, una che non la vedo quasi mai ma quando la vedo è come se fosse, mioddio, ieri, uno che vive nella città che voglio per me e che per un po' mi ha fatto sognare e si è fatto amare, uno che vuole salvarmi, una che pensa che non la leggo e invece per me è come un libro stampato aperto e proiettato sul soffitto).
lo sguardo del signor C., di anni 12, quando gli dico che un giorno mi piacerebbe illustrare le fiabe.
uno sguardo che ascolta.
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