l'aria è sottile. niente a che vedere con le nove e mezza di mattina di roma, che sono già afose e piene di smog. si respira facile, mette voglia di una bella sigaretta mattutina. soprattutto dopo aver fatto colazione nel tendone mensa e aver parlato con una delle tante volontarie di qui, che faceva l'università all'aquila ed è di roma. e mi racconta che mentre in questo campo c'è tutto, ci sono dei paesi arroccati nelle montagne con le strade sfasciate dal terremoto in cui si arriva solo a piedi. ci sono i ragazzi del collettivo dell'università che portano i generi di prima necessità, compresa la chemio a un signore. quei paesi che quando ci si passa d'estate, tra le case di pietra e tutto il resto si pensa che sono così carini, persi nel tempo. mi racconta che le autorità non vogliono far emergere questo, che spesso mettono i bastoni tra le ruote, che non vogiono impicci in mezzo. mi chiedo perchè qui a piazza d'armi ci siano insegne e riconoscimenti, alcune cose quasi frivole, e in altri posti non ci sia nulla, davvero nulla. mi chiedo che cazzo fanno i giornalisti di lavoro. mi chiedo perchè, che si sia protezione civile, clown dottori o altro, davanti a un'emergenza e una serie di necessità così semplici e intuitive, si mettano in mezzo questioni di visibilità mediatica, di pubblicità, insinuazioni di malafede, quando si tratta solo di sporcarsi le mani, usare e gambe e gli occhi e il cuore. mi chiedo perchè siamo così maledettamente generosi e perchè così maledettamente stronzi. mi chiedo cosa si veda dalla tivvù, cosa si veda da fuori e da chi non c'è mai stato, mi chiedo come faccio a rispondere a chi mi dice quando sono a roma, "vanno meglio le cose, vero?" come se fosse una domanda retorica. vanno benissimo. certo. villette a schiera e gerani per tutti, mica tende blu con 40 gradi dentro quando ci batte il sole, da dividere in sei persone che se va bene si conoscevano anche da prima, se va benissimo sono tutte della stessa famiglia. vanno benissimo le cose, con due mesi di calcinacci che passano al lato del campo nei camion che scaricano poco più su a monte, che se uno sa dove mettersi lo vede da qui quello che resta del centro, e se ci passa vicino in macchina intuisce tra i calcinacci le macchie colorate dei vestiti. dal 7 aprile cambia che non ci sono più elicotteri isterici sulla testa, che non passano più le ambulanze, che la terra trema meno spesso, che il cibo non arriva più spappolato da avezzano ma finalmente è cucinato dai ragazzi della protezione civile di qui (che avevano cucine utilizzabili dal primo momento e invece avevano solo l'autorizzazione di preparare il the e il latte caldo di notte, che all'inizio era una scusa di aggregazione, per scambiare due chiacchiere a fine giornata, per spezzare le nottate fredde di aprile).
va tutto bene, al parco del wwf la sera di venerdì e sabato c'è musica, dal vivo o dj set, si balla e si fa casino nella città silenziosa in maniera surreale, c'è il vino e nessun vicino a lamentarsi.
va tutto bene, mi chiedo come si faccia a stabilire che una casa sia agibile se ogni tot fa un'altra scossa e allora si dovrebbe ricomniciare. allora, di sicuro non è così, di sicuro c'è un modo di stabilire l'agibilità nonostante le scosse. ma io non ci tornerei sotto un tetto e fra i mattoni. e infatti non ci tornarno.
a me sono bastate le scosse infinitamente più lievi a farmi venire paura, so che la vita deve ricominciare per tutti in maniera normale, ma io capisco questa paura. essere piccoli mentre la terra sotto i piedi se ne va affanculo.
fuori dal camper è sabato mattina, io mi fumo la sigaretta e poi trucco biancorosso appena accennato che tanto ormai non ce n'è più bisogno. occhi aperti, orecchie spalancate, gambe agili.
sabato 23 maggio 2009
domenica 17 maggio 2009
la strada verso casa...
...inizia semisdraiata nel sedile posteriore di una punto color ghiaccio sulla a24, fuori il diluvio, io dormo e un po' sogno un po' percepisco la fisarmonica di movimento del traffico che rallenta e riparte nella pioggia torrenziale, che l'asfalto drenante a quanto pare gli fa comunque una pippa. alla fine decido che sono sveglia, e fuori una collina tutta di ginestre e cespugli mi saluta. giro gli occhi di là, e c'è l'arcobaleno. e allora mi si innesca un filo di pensieri infinito che mi riporta tra la mia infanzia e il periodo ventoso successivo e il presente.
ginestra. mio padre che spiega alla me stessa di otto anni che le ginestre crescono solo in zone abbastanza poco inquinate. il set è un sentiero tra i boschi e i prati della provincia sud di roma.
la punto color ghiaccio e i suoi abitanti mi lasciano nel piazzale di una stazione periferica, che il pacchetto sicurezza ha dotato di esercito in mimetica e caramba. stranamente però, mi fa piacere che siano lì, data la desolazione del posto. se fare il biglietto del treno è un'aspettativa tutt'altro che realizzabile, trovare un distributore automatico con dell'acqua equivale grossomodo a trovare una fontanella a nairobi. per cui mi conquisto una sedia, poso zaino arancione e clave verdi su un sedile e tiro fuori il mio libro fiammante nuovo di donpasta, ancora odoroso di carta ruvida.
grilli e profumo di campagna tiepida. per me è la sicilia, le serate nella campagna tra cinisi e terrasini, con la sola rete a separarmi dall'aeroporto di puntaraisi, che sostituiva nei giorni di scirocco la televisione in cui si vedeva solo italia sette (e infatti conservo la memoria di colpogrosso ad ore improponibili di insonnia e sudore). aerei che partivano e atterravano, la torre bianca e il mare, un barlume ancora di luce del sole che non si decideva ad andare a dormire, un tappeto sterminato di stelle. e i grilli furiosi a riempire l'aria del loro canto denso.
leggo e il tempo è risucchiato tra gli spazi delle parole del libro, e arriva il treno. un attimo prima leggevo della ricetta della pasta con le sarde, di palermo e della finocchiella selvatica e magicamente, in questo treno che attraversa la periferia della città, entra l'odore dei prati e della finocchiella, e allora come si fa a sentirsi stranieri in qualche posto? come si fa mentre il treno lento di mille stazioni fra i palazzi e le zone industriali mi riporta nella mia strada e nei miei momenti?
scendo alla stazione, forse la prima in cui dal treno scendono più di due o tre persone. scopro scorci della città di sera nel mio quartiere che non conoscevo ancora. una frutteria di pakistani aperta ancora alle nove e un quarto di sera. una gelateria di arabi con due tipi assolutamente romani che ci giocano a carte. l'aria della città è già torrida, dal fresco primaverile in due giorni si è passati alla lunga estate di qua. io sogno una chimica ma fresca heineken, che resta il mio viatico del ritorno a casa tradizionale. ora si tratta di guadagnare gli ultimi isolati, e la nostalgia che sento è quella di alzare lo sguardo in alto e vedere le stelle, come quando ero a casa dai miei genitori. quartiere di fuorisede questo, ragazzi alle finestre coi loro puntini arancioni che si illuminano nel buio, fra i posticipi insensati perchè, a quanto ho capito, il campionato è già vinto.
torno a casa, il tempo è quello giusto per la birra, un pezzo di pizza margherita comprata dall'egiziano, queste righe, e ora di nuovo trovo strada e bicicletta e occhi e persone.
"Ma certe nostre sere hanno un colore
che non sapresti dire
sospese fra l'azzurro e l'amaranto
e vibrano di un ritmo lento, lento"
ginestra. mio padre che spiega alla me stessa di otto anni che le ginestre crescono solo in zone abbastanza poco inquinate. il set è un sentiero tra i boschi e i prati della provincia sud di roma.
la punto color ghiaccio e i suoi abitanti mi lasciano nel piazzale di una stazione periferica, che il pacchetto sicurezza ha dotato di esercito in mimetica e caramba. stranamente però, mi fa piacere che siano lì, data la desolazione del posto. se fare il biglietto del treno è un'aspettativa tutt'altro che realizzabile, trovare un distributore automatico con dell'acqua equivale grossomodo a trovare una fontanella a nairobi. per cui mi conquisto una sedia, poso zaino arancione e clave verdi su un sedile e tiro fuori il mio libro fiammante nuovo di donpasta, ancora odoroso di carta ruvida.
"e noi che le stiamo ad aspettare
noi le sappiamo prigioniere
come le onde del mare
come le stelle del mare"
grilli e profumo di campagna tiepida. per me è la sicilia, le serate nella campagna tra cinisi e terrasini, con la sola rete a separarmi dall'aeroporto di puntaraisi, che sostituiva nei giorni di scirocco la televisione in cui si vedeva solo italia sette (e infatti conservo la memoria di colpogrosso ad ore improponibili di insonnia e sudore). aerei che partivano e atterravano, la torre bianca e il mare, un barlume ancora di luce del sole che non si decideva ad andare a dormire, un tappeto sterminato di stelle. e i grilli furiosi a riempire l'aria del loro canto denso.
leggo e il tempo è risucchiato tra gli spazi delle parole del libro, e arriva il treno. un attimo prima leggevo della ricetta della pasta con le sarde, di palermo e della finocchiella selvatica e magicamente, in questo treno che attraversa la periferia della città, entra l'odore dei prati e della finocchiella, e allora come si fa a sentirsi stranieri in qualche posto? come si fa mentre il treno lento di mille stazioni fra i palazzi e le zone industriali mi riporta nella mia strada e nei miei momenti?
"Si muovono e c'incantano le ore
di certe nostre sere
e sanno di partenza e di tramonto
e di sorvolare lento, lento"
scendo alla stazione, forse la prima in cui dal treno scendono più di due o tre persone. scopro scorci della città di sera nel mio quartiere che non conoscevo ancora. una frutteria di pakistani aperta ancora alle nove e un quarto di sera. una gelateria di arabi con due tipi assolutamente romani che ci giocano a carte. l'aria della città è già torrida, dal fresco primaverile in due giorni si è passati alla lunga estate di qua. io sogno una chimica ma fresca heineken, che resta il mio viatico del ritorno a casa tradizionale. ora si tratta di guadagnare gli ultimi isolati, e la nostalgia che sento è quella di alzare lo sguardo in alto e vedere le stelle, come quando ero a casa dai miei genitori. quartiere di fuorisede questo, ragazzi alle finestre coi loro puntini arancioni che si illuminano nel buio, fra i posticipi insensati perchè, a quanto ho capito, il campionato è già vinto.
torno a casa, il tempo è quello giusto per la birra, un pezzo di pizza margherita comprata dall'egiziano, queste righe, e ora di nuovo trovo strada e bicicletta e occhi e persone.
"Si muovono e c'incantano le ore
di certe nostre sere
e sanno di partenza e di tramonto
e di sorvolare lento, lento"
strofe di gianmaria testa
sabato 9 maggio 2009
la bolla di silenzio dentro
c'è questa bolla dentro, a livello del diaframma, che culmina con un nodo subito sotto la gola. c'è questa bolla invincibile che non riesco a scalfire in nessun modo, che non riesco a mandare ne sù ne giù, che gli abbracci, il sesso, il silenzio o il fracasso non dissolvono. c'è sta bolla che mi fa sfuggire gli occhi e gli sguardi degli altri per non farmi guardare dentro, con tutta la banalità di un momento di nulla assoluto. fuori dal plexiglass del camper, tende blu, come un'assudo villaggio. le montagne con la neve intorno. quello che mi è richiesto qui è il mio lavoro e il mio sorriso, e faccio davvero fatica. una settimana fa ero in un posto ad aspettare un gala, con un piccolo lieve sogno splendente nel cuore. vedevo persone che stanno costruendo il loro tragitto su questa terra che è un puntino collassato su se stesso, dove distanze materiali e mentali possono annullarsi o espandersi in un giro di parole o sorrisi. e nonostante questo lasciare un solco luminoso, lo stesso dei loro occhi che ricalcano il percorso tortuoso e inimmaginabile dei loro sogni. e io in mezzo. puntino fermo, luminoso a metà. mi sono accontentata dei miei sogni, di realizzarne in parte e di non farli splendere del tutto per paura di una cazzata come un fallimento. ho lasciato andare persone lungo la strada, per paura di perderle quando questa era intrapresa. quando ce la farò a prendere il filo del prossimo palloncino e non farlo sfuggire lontano da me per poi guardarlo da giù, distante come un ricordo dell'infanzia di un'altra persona? andare in convention è vedere tante persone col loro palloncino appena comprato da mamma e papà, lo guardano orgogliosi mentre il filo è saldo nelle loro mani, ne dirigono la traiettoria in una strada affollata di gente dove lui fa capolino a un paio di spanne sulle teste della folla grigia. tipo metropolis, per capirci, ma con questa piccola incongrua macchia di colore potente a far alzare la testa a chi passa lì vicino. io avevo paura a staccare i piedi e a fare il salto, avevo paura a seguire le impronte sulla neve su un pendio scosceso una mattina luminosa in montagna, avevo paura a chiedere un numero di telefono o un altro abbraccio, avevo paura di fare vedere il disegno del gatto pensando che se mi avessero detto che sembrava una tartaruga avrei posato per sempre le matite. e ora, che alcune di queste cose hanno ancora la forma del mostro milleocchi che mi tormentava nella mia infanzia ed altre sono solo piccole cicatrici nelle trame delle righe delle mie mani, io mi chiedo perchè non le sconfiggo tutte e finalmente non lascio che gli altri possano sorridere quando mi passano accanto e vedano il palloncino che, lieve come un sospiro di sollievo, segue i miei passi tra la gente una spanna più su.
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