domenica 30 agosto 2009

ritorno alle origini e riflessioni estemporanee

ciao. sono qui in paese da una settimana. il ritorno come sempre non è un granchè facile, in due anni tanti ponti sono saltati e io qui mi ritrovo ad avere un sacco di tempo per leggere o stare in giro nel bosco col cane, perchè non ho idea di chi sentire o chiamare. a parte un paio di persone, non è che mi trovo tanto con chi ho lasciato qui due anni fa, in fondo me ne sono andata senza mai girare la testa. e questo lo sai insomma, io e te ci siamo conosciuti pochi mesi dopo il mio trasferimento in città. dopo un po' di pomeriggi coi contorni sfumati, tra i risvegli impossibili per andare a lavorare in città e il sonno da noia e caldo torrido dei giorni passati, e le serate in casa a leggere col cane sul divano, ieri me ne sono andata al lago, e in un attimo sono tornata indietro di due anni. cena alla festa di liberazione, tovaglie di carta e vino bianco fresco, di quello che fresco d'estate si lascia bere come se fosse acqua, chiacchiere e sorrisi. cose cambiate e cose rimaste uguali. poi tutti si spostano in un paese vicino a un festival di arti di strada, ma io devo beccare altra gente e mi trovo, abbastanza brilla per la verità, a casa di stefano, un vecchio amico, dove ci sono anche silvia ed edo. nel giro di un quarto d'ora non so bene perchè mi trovo, sempre stonata dal vino bianco assassino, a cucire un pupazzo per il compleanno di una tipa sconosciuta alla festa della quale neanche andrò perchè è un falò sulla spiaggia e non ho ancora voglia di fare 30 km a piedi col piccolo cane nero al guinzaglio. però non so, mi trovo ubriachella a cucire questo coso ipercolorato, e mi sembra che ci sia un piccolo guscio di un mondo perfetto intorno a me. è strano tornare a dormire nella casa dove sono cresciuta, è strano svegliarsi e andare nel bosco con mio fratello e il cane e poi fare il solito aperitivo della muerte seguito da pranzo della muerte seguito da ammazzacaffè della muerte e proseguire in questa domenica pomeriggio il sottile stato di sbornia sul divano. è strano vedere come certe cose possano essere semplici in maniera straniante. un amico di mio fratello ci dice che in brasile con duemila euro voli mangi dormi scopi. chiacchiere da piazza, storie mitologiche di gente che si conosce tutta da una vita.
comunque, alla fine non ti ho raccontato un granchè. è che mi manchi e questo è un modo per averti un po' più vicino, ed è difficile dirtelo ora che sono un po' cambiate le cose tra di noi, che magari sul "mi manchi" ti prende male e ti viene di scappare in lapponia a vivere. penso anche a come era normale apostrofarti dicendoti "amore mio" e come ora queste parole potrebbero diventare bombe a mano. da una parte sono cambiate un sacco di cose, dall'altra invece ce n'erano tante che c'erano già e, solo, sembra che tutto debba prendere un posto un po' più definito dentro di me. non so neanche se sono felice o no, sono qui che aspetto, navigo a vista e mi faccio meno domande e mi do meno risposte ed etichette possibili. ci vediamo presto. un abbraccio.

sabato 8 agosto 2009

le nove e mezzo di mattina...

...sono un orario ingrato dopo aver rotolato nel letto, insonne, fino alle cinque passate tra pensieri e ansie di vario genere, giustificate/giustificabili o meno.
la sveglia serve ad andare a casa da mia madre... o meglio, a trovare il modo di spremere dalla pancia della mia banca dei soldi nonostante io nella mia fuga da milano di (quanti giorni sono passati? solo cinque? ma sembra un anno....)lunedì scorso abbia lasciato la carta bancomat in pasto al bancomat stesso, mentre pioveva e lo zaino sulle spalle mi ricordava che ero in giro da un bel po' ormai.
quindi, oggi ho vinto l'assurdo istinto di non passare da casa e fare la vaga e tornarmene nella pancia della mia città confusa tritatutto e sono andata a pranzo lì. ovviamente il risveglio è merdoso come è giusto che sia con così poche ore di sonno in corpo. arrivo al bar e a stento articolo le sillabe giuste per dire caffè e cornetto. prendo la bici e pedalo in questa roma d'agosto deserta in maniera sublime, c'è un po' di vento ma si sente già che la giornata sarà bollente sul serio. penso, almeno un vantaggio c'è di dover andare là fra le colline. e intanto canto più a mio agio del solito, che davvero in questo deserto urbano dove fioriscono sulle saracinesche i cartelli colorati delle chiusure estive si può fare come fra i piramidali verdi di gommapiuma, che nessuno verrà a lamentarsi.
lego la bici e scendo in metropolitana, abbastanza vuota ma non surreale come mi sarebbe piaciuta.
sul bus balena blu e bianco che mi porta al paese mi prendo in grande tranquillità due posti, mi siedo di sbiego coi piedi appoggiati al finestrino sperando di dormire, ma non ce n'è e mi metto a leggere un po'. sale una tipa, ha addosso un profumo che mi sveglia un disgusto infinito e capisco che si tratta di un'innocua acqua di colonia ai fiori, di quelle da nonna. ecco succede che quell'odore per me ormai è insopportabile. lo rintraccio in mille piccoli odori più complessi nelle mie giornate e stamattina succede che mi viene in mente mia zia che mi abbraccia piangendo e mi spintona nella camera ardente dove mi trovo a pochi centimentri dalle scarpe buone di papà (quelle che ha indossato il giorno della mia discussione di tesi? quando era tutto orgoglioso di portarmi sotto braccio perchè diceva che tanto era evidente che mai mi avrebbe portato sotto braccio all'altare vestita di bianco come sognava da quando sono nata?) e le scarpe buone toccano il raso color champagne dell'interno della bara, e sembra tutto un gioco perfetto, demenziale nella sua perfezione. quello là dentro è proprio mio papà, sembra più corto visto così, sembra tutto più piccolo, in scala, come. un pupazzetto simpson di papà, visto che è piuttosto evidente che il suo colorito vira al giallo. è morto da poco più di dodici ore in questa fotoricordo nel mio cervello. mi sforzo disperatamente di ricordarmelo vivo, e mai lo avrei voluto vedere morto perchè quell'immagine sovrasta le altre. e invece una volta lì mi trovo a immagazzinare mille particolari minuscoli... le dita intrecciate delle mani, che sono stranamente dritte, sembrano le bacchette dello shangai quando cadono tutte mischiate. le sue mani sono state sempre prese da mille cose, io penso di averle viste sempre fare qualcosa... almeno le parole crociate... oppure erano pinze, fil di ferro, piante, legno, cibo... sono dritte e gialle con un rosario infilato in mezzo e un'altra roba che più tardi scopro essere il bracciale di una sua amica, la quale non ha il buon gusto di mollare un attimo il suo posto accanto alla sua testa e alle sue mani e a continuare ad accarezzarle. io non so piangere con tutta sta gente. tra l'altro la bara è aperta ma c'è tipo una zanzariera che copre tutto (mosche?), e lei continua a spostarla per baciare mio padre. e mi da fastidio, e mi fa male questa mancanza di ritegno e di sensibilità nel lasciarmi sola con quel corpo, ad abituarmi all'idea della perdita. ma lì per lì sono ancora stupita dall'impatto con la situazione per riuscire minimamente a fare uno dei miei famosi sguardi taglienti, perchè dopo aver analizzato tutte ste cose e la barba che ricresce e la cipria sulla faccia e tutto mi schiaffeggia questo odore di fiori, che mi è rimasto giorni interi nel naso, senza che docce e sigarette lo annullassero neanche un po'. insistente odore che si infila in gola e mi fulmina il cervello il ricordo di quando ero piccola a godermi lo spettacolo di papà che si radeva in bagno prima di portarmi a spasso, e mi permetteva di passargli lo stick per cicatrizzare i taglietti dove si feriva... e aveva tutto sto buon profumo di schiuma da barba e dopo barba ed era bello perchè anche io ero vestita tutta carina per andare a spasso con lui. papà mi faceva sentire speciale, cosa si desidera di più a quattro anni che un superpapà in ghingheri per portarmi a zonzo? e mentre faccio i conti con tutto questo la nota trash che mi fa sorridere per un istante, che il mio papà bestemmiatore, avvistato in chiesa solo per cerimonie in cui era obbligatoria la sua presenza, altrimenti sempre fuori la chiesa a fumare le paglie, eccolo stecchito nella sua bara deluxe sotto a una gigantografia pop di gesù capellone con l'occhio verde maliardo e il pizzetto, dal quale partono a raggera dei fasci di luce FUCSIA cazzo, sembra uscito da un concerto di jem e le olograms.
comunque, tutto sto trip dura pochi istanti in cui la signora mi passa accanto e io riconosco l'odore dei fiori recisi nella sua acqua di colonia da signora quasi anziana. mi si siede dietro, io alla fine arrivo e scendo e passo una giornata davvero merdosa tra gli occhi felpati, la paranoia, l'impossibilità di fumare una sigaretta. mia madre, che prima non lo aveva mai fatto, ha piazzato sul tavolinetto del salotto uno stuolo di cornicette con le foto. le guardo, nel loro fascino trash da casa al mare della vecchia zia, e vedo che c'è una foto di mamma e papà in america sposini e poi le altre sono quasi tutte mie. magari pensa che siccome non vivo più là sono tipo un po' morta anche io per lei, in senso lato, e non vuole scordarmi. buffo come sembri che mia madre ami mio padre, ora che lui non c'è. alla fine alle sei, quasi senza salutare nessuno prendo e me ne torno a casa mia a roma, ho una stanchezza spaventosa addosso e nessuna voglia di sabato sera. ogni volta che vado via da casa mia madre mi saluta dalla finestra che sono già lontana, la vedo sbiadita sullo sfondo scuro della stanza di mio fratello dalla quale si affaccia mentre muove il braccio. questa immagine mi lascia sospesa tra il mio bisogno di continuare la mia vita e andare per la mia strada, che lei non capisce e non conosce e non fa nulla per conoscere, che la angoscia e la preoccupa, e il terribile senso di colpa di voltare le spalle, alla fine, e percorrere l'asfalto sconnesso.