sabato 9 maggio 2009
la bolla di silenzio dentro
c'è questa bolla dentro, a livello del diaframma, che culmina con un nodo subito sotto la gola. c'è questa bolla invincibile che non riesco a scalfire in nessun modo, che non riesco a mandare ne sù ne giù, che gli abbracci, il sesso, il silenzio o il fracasso non dissolvono. c'è sta bolla che mi fa sfuggire gli occhi e gli sguardi degli altri per non farmi guardare dentro, con tutta la banalità di un momento di nulla assoluto. fuori dal plexiglass del camper, tende blu, come un'assudo villaggio. le montagne con la neve intorno. quello che mi è richiesto qui è il mio lavoro e il mio sorriso, e faccio davvero fatica. una settimana fa ero in un posto ad aspettare un gala, con un piccolo lieve sogno splendente nel cuore. vedevo persone che stanno costruendo il loro tragitto su questa terra che è un puntino collassato su se stesso, dove distanze materiali e mentali possono annullarsi o espandersi in un giro di parole o sorrisi. e nonostante questo lasciare un solco luminoso, lo stesso dei loro occhi che ricalcano il percorso tortuoso e inimmaginabile dei loro sogni. e io in mezzo. puntino fermo, luminoso a metà. mi sono accontentata dei miei sogni, di realizzarne in parte e di non farli splendere del tutto per paura di una cazzata come un fallimento. ho lasciato andare persone lungo la strada, per paura di perderle quando questa era intrapresa. quando ce la farò a prendere il filo del prossimo palloncino e non farlo sfuggire lontano da me per poi guardarlo da giù, distante come un ricordo dell'infanzia di un'altra persona? andare in convention è vedere tante persone col loro palloncino appena comprato da mamma e papà, lo guardano orgogliosi mentre il filo è saldo nelle loro mani, ne dirigono la traiettoria in una strada affollata di gente dove lui fa capolino a un paio di spanne sulle teste della folla grigia. tipo metropolis, per capirci, ma con questa piccola incongrua macchia di colore potente a far alzare la testa a chi passa lì vicino. io avevo paura a staccare i piedi e a fare il salto, avevo paura a seguire le impronte sulla neve su un pendio scosceso una mattina luminosa in montagna, avevo paura a chiedere un numero di telefono o un altro abbraccio, avevo paura di fare vedere il disegno del gatto pensando che se mi avessero detto che sembrava una tartaruga avrei posato per sempre le matite. e ora, che alcune di queste cose hanno ancora la forma del mostro milleocchi che mi tormentava nella mia infanzia ed altre sono solo piccole cicatrici nelle trame delle righe delle mie mani, io mi chiedo perchè non le sconfiggo tutte e finalmente non lascio che gli altri possano sorridere quando mi passano accanto e vedano il palloncino che, lieve come un sospiro di sollievo, segue i miei passi tra la gente una spanna più su.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento