mercoledì 25 febbraio 2009


ci sono due biciclette rumorose che pedalano verso il molo. si lasciano indietro il carnevale, delle patatine fritte, un panino... avanzano storte e poco stabili verso un posto raccontato, ancora non vissuto da entrambe le persone spettinate che portano le bici avanti.

camminano su una lingua di cemento, tra il mare e i cantieri navali. da una parte scogli, pescatori, onde nemmeno troppo scomposte. dall'altra i cantieri. i motoscafi, sabbia, rete, sterpaglia... lontano la città, i carri e il carnevale.
il vento li schiaffeggia e loro lo lasciano entrare nelle ferite dei loro cuori, che hanno bisogno di essere nuovi. hanno bisogno e diritto di essere nuovi. e parlano, parlano del loro dolore. o stanno zitti, inspiegabilmente inchiodati alle rocce dell'estremità del molo. il momento è regalato, inviolabile.


corpi, corpi nella calca di una festa, corpi di sconosciuti con mani che si protendono a spostarmi da una parte per passare, nella piena confusione della musica alta da cui a volte emergono solo brandelli di parole degli altri, che entrano nelle orecchie e abbandonano subito i timpani via per il nervo acustico e di nuovo via lontano per un posto dove si perdono le cose.
il contatto è normale e accettato, tutti stretti per passare, tenendosi per mano e non perdersi o con la voglia di perdersi e non ritrovarsi più. anche la folla funziona per disgregare. questi mille corpi è come se creassero una quantità di frammenti di me, che mi scompongo, che perdo un pezzetto in ogni contatto infinitesimale e mi libero e poi quando rimetto insieme i pezzi il giorno dopo, tra le occhiaie e il mal di testa, scelgo cosa tenere e cosa lasciare, ed è come aver camminato tutto il giorno. lascio andare il superfluo tra la folla, cerco di restare all'essenza. l'indipendenza di un puntino tra mille altri puntini. la consapevolezza, ogni secondo di più, che tutto quello di cui ho bisogno è la consapevolezza di me stessa e che il resto non serve a molto. il resto, se lo tengano attaccato addosso i gomiti le spalle le mani le schiene di tutti quelli che mi passano accanto.


la catena della bicicletta mi tradisce in questo freddo di tramontana, poi mi accorgo del cielo impressionante di questa sera, con le stelle della cintura di orione talmente splendenti da sembrare dei buchini perfetti sul telo nero del cielo.

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