domenica 31 agosto 2008

ricordarsi di respirare

nell'isola era molto semplice fuggire la realtà e non affrontare quanto si deve. c'era il mare, c'erano le facce amiche, c'era tempo per rallentare e far smussare i pensieri contro l'asfalto deserto della riserva di capo gallo alle due di pomeriggio di un giorno di agosto. era semplice. ed è stato un viaggio di cui scrivere mille dettagli, mille sfumature. perchè, dentro di me, come sempre, sotto il cielo dell'isola ritrovo chi sono. ed è per questo che, appena tornata, ho dovuto andare a parlare con lo.

non so neanche io quanti respiri ho preso per trovare il coraggio dell'addio. ma alla fine le parole sono uscite e il passo indietro, girando la schiena a quello che, impossibile, può solo ferire, l'ho fatto. rimane impressa nella retina l'immagine di lui che non mi guarda, col sole che entra dalla finestra a illuminargli la parte superiore del viso. e non sarà un addio. è un addio a quello che posso chiamare, non so bene fra le due possibilità, se desiderio o sogno. più sogno, credo.

"-Non so perchè sono qui - ti dissi.
Come sempre il tuo silenzio anticipava qualunque pensiero, dando spiegazioni eloquenti.
- Sono passato a salutarti... ho bisogno di dirti addio - ma non conclusi la frase che già piangevo al colmo dell'infelicità.
-Dove sei stato per tutto questo tempo?- mi chiedesti.
Tremando ti bisbigliai una frase crudele: -Ho disperso il tuo calore."



nell'isola leggevo questo e facevo il punto e meditavo e capivo che.

bisogna saper lasciare andare quando chi amiamo non può amarci. se esiste la speranza che solo qualcosa possa salvarsi, esiste nell'onestà di non uccidere tutto il bello con la caparbietà di cambiare quello che non può cambiare, graffiandosi l'anima contro le asperità di un cuore chiuso, o rivolto altrove.

quindi oggi sono andata a ballare. danza. per terra. piedi ginocchia talloni che strusciano il parquet. sudore. fa male e bene insieme, e il corpo e la musica che lo abitano sembrano tirare fuori il dolore compresso nella pancia.

adesso è il tempo di costruire la bolla in cui salvare quello di cui avrò bisogno un giorno per potergli sorridere col cuore nuovo.

speedroom
i biglietti alle sei di mattina infilati sotto la porta
la cicatrice che mi sono fatta montando il letto a soppalco
i film mai finiti di vedere per abbiocco comune
leggere fumetti insieme sul divano
pianta di mandarino
le parentesi quadre
quando piangevi tu
quando piangevo io
quando ridevi tu
quando ridevo io
i capelli nel naso
studiare
perdersi in macchina
cazzeggioikea
dormo da te dormi da me quando dormo con te non ho gli incubi
il the
attaccare i bottoni ai pantaloni
tvc
aperi-forte
le telefonate appena stacco
"fai più danni di trick"
il tuo sorriso mentre pedali in graziella sulla rampa della tangenziale est
il tuo abbraccio quando scendi dal palco
sei il diario che non ho mai scritto
il tuo abbraccio dopo il gala latino nel tendone bar
tre clave bianche sul mio sacco a pelo. e il biglietto insieme che per fortuna non trovo più.

mi mancherai. le uniche ultime parole possibili.

mercoledì 13 agosto 2008

homeless

torno dal posto del sogno.

tutto era possibile, mille oggetti a volare in aria, mille stelle, silenzi, condividere l'orribile birra cruda e millemila sigarette con chi non ne ha condivise con me per un tot e trovarsi sempre, nonostante il tempo e i fatti, a sorridere e cantare bossanova. tutto era possibile. era possibile che il mio migliore amico avesse gli occhi che nascondono cose che so, e che lui non saprà che io so perchè non leggerà mai queste cose. ma lei parla con me come se fossi la sua migliore amica, quindi io so, aspetto e so, custodisco e so. tutto era possibile. che colui che fa parte della mia famiglia ballasse in mutande con gli occhi che brillano come non li ho mai visti brillare. tutto era possibile. allacciare di nuovo sorrisi e confidenze e fare lo scivolo sul gommone doppio. tutto era possibile. conoscere nuove storie e nuovi pezzi del mosaico della mia vita che sta li e mischia e intreccia strade assurde e diverse. tutto era possibile. salire sulla piramide di corde di un posto dal nome impronunciabile con chi mi sono trovata nei miei posti meno di un mese fa e che fino a otto mesi fa non esisteva neanche nella mia vita. i segreti e il posto del sogno visto da su. tutto era possibile. tipo essere felice ed avere sorrisi stampati in faccia per tutti quelli intorno. e per me stessa. sorrisi per me stessa. sorrisi per me stessa. e mi sembrava impossibile sorridere ancora per me stessa.

la strada della guarigione dentro di me è lunga e silenziosa.

[C'è un tempo negato e uno segreto / un tempo distante che è roba degli altri] e su questo riflettevo ierisera. c'è un tempo che nego con lo., e un tempo segreto. e il suo tempo distante, che è roba degli altri, sua e dell'altra, e io quindi parto.

via via via lontano a sentire 12 ore di treno passare sotto il culo e dal finestrino, esattamente lontano da questa cosa che un po' devasta e un po' da speranza e confonde.
scappo, con un bisogno intenso di essere stordita dall'odore di ciclamini e fiori d'arancio, di mangiare i fichi d'india gelati, di rivedere quel cielo azzurro e il mare turchese, le pietre bianche e le agavi in mezzo. un bisogno estremo di rivedere la mia gente di laggiù, una telefonata e già so che, in questi giorni, avrò talmente tante persone da abbracciare dopo due anni, che non basteranno i momenti e l'isola lascerà, terra malefica e benedetta, ancora la voglia di tornare e camminare e prendere il treno lento lento lento che la attraversa.

tornerò, e la dimensione delle cose sarà di nuovo secondo il punto di vista della mia vera essenza, che viene dalla terra che sa respirare lenta, dal sole che brucia, da quando ancora ero in grado di sedermi e, semplicemente, guardarmi intorno e respirare, perdermi nei campi e raccogliere le more gonfie del sole d'agosto.