ho finito ora di vedere caos calmo con lea.
un po' ho pianto.
prima, mentre le raccontavo la giornata di oggi in cucina, mentre facevamo una cena che era un pretesto col the e la tisana e i biscotti. e ora che l'ho salutata. ho avuto la sua spalla morbida di lana del maglione su cui tenere la testa durante il film. ho avuto la sua schiena dove nascondermi quando non volevo guardare.
ho potuto appoggiarmi, qualche ora. sentire qualcuno che si prendeva cura di me. in passato è successo che io e lea ci siamo un po' perse, e poi ritrovate, e ora c'è lei, una delle poche, o forse l'unica vera presenza femminile della mia vita. lea sa risplendere e sprofondare, sa essere caustica o dolce in maniera struggente. spesso si chiude a riccio come me quando sta male. anche lei vive da sola, anche lei due lavori, anche lei clown dottoressa e poi, educatrice. anche lei si trova ad essere sintesi e perno di mille esistenze complesse, famiglie sfasciate, sogni infranti. anche lei si butta nelle cose, si fa male, si benedice e maledice, si vive i conflitti, arriva a fine mese più o meno col frigo pieno, vive in una casa non sua, vive in una tana che si regge con fili fragili e invisibili, vive di piccoli equilibri sconnessi, vive in equilibrio su una corda molle che oscilla.
la corda molle è uno strano concetto di equilibrio. succede che è folle in tutto. legata ai suoi estremi, oscilla. la prima volta che ci si mette il piede trema tutta la gamba, e non c'è verso, e il primo pensiero è: non ce la farò mai. poi, succede che per un istante si sta su. in quel singolo secondo della vita, i pensieri, il corpo e l'universo sono allineati. e si capiscono un sacco di cose. che l'equilibrio è frutto di un continuo lavoro di muscoli e cervello, che l'immobilità porta inevitabilmente al suolo. che l'asse inerziale, in quel momento, è costituito da chi sta sulla corda. quindi, ci si trova al centro del proprio mondo, tutto è relativo, ma il punto di vista, l'origine degli assi cartesiani, siamo solo noi stessi. il resto, attorno, sono i quadretti della pagina, sono le cancellature e la macchia di cioccolato mangiucchiato tra un'equazione e l'altra. tutto sottile, astratto ed effimero, e terribilmente personale.
giorni come oggi, in cui mi dimentico che io, quegli attimi assoluti, quell'equilibrio, lo so trovare. l'ho trovato mille volte, solo che a volte sono stanca, o solo mi dimentico che la profonda stanchezza che ho, fa parte anch'essa delle forze che concorrono o si oppongono nel farmi stare su. mi pretendo immobile in una corrente che passa veloce attorno a me. mi faccio spaventare dalla mia stessa paura, che sia paura dell'abbandono o del fallimento. ma come si può stare con qualcuno, se non si sperimenta la solitudine? come si può riuscire, e saperlo cogliere, se mai si è sperimentato il fallimento? mi dimentico la gentilezza, e la pazienza, mi lascio prendere dalla frenesia di stare su, e dimentico di respirare. mi dimentico che la debolezza è una sfumatura meravigliosa di ciascuno di noi. è quello che serve a cambiare, ad evolvere, a mettersi in gioco. la fragilità, la sensibilità e la trasparenza sono quello che, alla fine, ci rende finestre sul mondo. spugne, con minuscoli infiniti infinitesimali fori tutti diversi che assorbono quello di cui hanno bisogno, e non capiscono cosa è giusto finchè non lo incontrano.
io incontro persone, emozioni, viaggi in treno col finestrino di lato. viaggi per scappare o arrivare, tristi, allegri, con la musica, con un libro, viaggi per dormire e venire svegliati dal controllore. viaggi in cui si chiacchiera o viaggi in cui la necessità di intimità è talmente forte da lasciare tutti lontani. siamo isole, siamo puntini, siamo tutto in noi.
la mia vita è meravigliosa.
buonanotte, un abbraccio.
i.
venerdì 20 febbraio 2009
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento