sabato 23 maggio 2009

l'aria è sottile. niente a che vedere con le nove e mezza di mattina di roma, che sono già afose e piene di smog. si respira facile, mette voglia di una bella sigaretta mattutina. soprattutto dopo aver fatto colazione nel tendone mensa e aver parlato con una delle tante volontarie di qui, che faceva l'università all'aquila ed è di roma. e mi racconta che mentre in questo campo c'è tutto, ci sono dei paesi arroccati nelle montagne con le strade sfasciate dal terremoto in cui si arriva solo a piedi. ci sono i ragazzi del collettivo dell'università che portano i generi di prima necessità, compresa la chemio a un signore. quei paesi che quando ci si passa d'estate, tra le case di pietra e tutto il resto si pensa che sono così carini, persi nel tempo. mi racconta che le autorità non vogliono far emergere questo, che spesso mettono i bastoni tra le ruote, che non vogiono impicci in mezzo. mi chiedo perchè qui a piazza d'armi ci siano insegne e riconoscimenti, alcune cose quasi frivole, e in altri posti non ci sia nulla, davvero nulla. mi chiedo che cazzo fanno i giornalisti di lavoro. mi chiedo perchè, che si sia protezione civile, clown dottori o altro, davanti a un'emergenza e una serie di necessità così semplici e intuitive, si mettano in mezzo questioni di visibilità mediatica, di pubblicità, insinuazioni di malafede, quando si tratta solo di sporcarsi le mani, usare e gambe e gli occhi e il cuore. mi chiedo perchè siamo così maledettamente generosi e perchè così maledettamente stronzi. mi chiedo cosa si veda dalla tivvù, cosa si veda da fuori e da chi non c'è mai stato, mi chiedo come faccio a rispondere a chi mi dice quando sono a roma, "vanno meglio le cose, vero?" come se fosse una domanda retorica. vanno benissimo. certo. villette a schiera e gerani per tutti, mica tende blu con 40 gradi dentro quando ci batte il sole, da dividere in sei persone che se va bene si conoscevano anche da prima, se va benissimo sono tutte della stessa famiglia. vanno benissimo le cose, con due mesi di calcinacci che passano al lato del campo nei camion che scaricano poco più su a monte, che se uno sa dove mettersi lo vede da qui quello che resta del centro, e se ci passa vicino in macchina intuisce tra i calcinacci le macchie colorate dei vestiti. dal 7 aprile cambia che non ci sono più elicotteri isterici sulla testa, che non passano più le ambulanze, che la terra trema meno spesso, che il cibo non arriva più spappolato da avezzano ma finalmente è cucinato dai ragazzi della protezione civile di qui (che avevano cucine utilizzabili dal primo momento e invece avevano solo l'autorizzazione di preparare il the e il latte caldo di notte, che all'inizio era una scusa di aggregazione, per scambiare due chiacchiere a fine giornata, per spezzare le nottate fredde di aprile).
va tutto bene, al parco del wwf la sera di venerdì e sabato c'è musica, dal vivo o dj set, si balla e si fa casino nella città silenziosa in maniera surreale, c'è il vino e nessun vicino a lamentarsi.
va tutto bene, mi chiedo come si faccia a stabilire che una casa sia agibile se ogni tot fa un'altra scossa e allora si dovrebbe ricomniciare. allora, di sicuro non è così, di sicuro c'è un modo di stabilire l'agibilità nonostante le scosse. ma io non ci tornerei sotto un tetto e fra i mattoni. e infatti non ci tornarno.
a me sono bastate le scosse infinitamente più lievi a farmi venire paura, so che la vita deve ricominciare per tutti in maniera normale, ma io capisco questa paura. essere piccoli mentre la terra sotto i piedi se ne va affanculo.

fuori dal camper è sabato mattina, io mi fumo la sigaretta e poi trucco biancorosso appena accennato che tanto ormai non ce n'è più bisogno. occhi aperti, orecchie spalancate, gambe agili.

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