torno dal posto del sogno.
tutto era possibile, mille oggetti a volare in aria, mille stelle, silenzi, condividere l'orribile birra cruda e millemila sigarette con chi non ne ha condivise con me per un tot e trovarsi sempre, nonostante il tempo e i fatti, a sorridere e cantare bossanova. tutto era possibile. era possibile che il mio migliore amico avesse gli occhi che nascondono cose che so, e che lui non saprà che io so perchè non leggerà mai queste cose. ma lei parla con me come se fossi la sua migliore amica, quindi io so, aspetto e so, custodisco e so. tutto era possibile. che colui che fa parte della mia famiglia ballasse in mutande con gli occhi che brillano come non li ho mai visti brillare. tutto era possibile. allacciare di nuovo sorrisi e confidenze e fare lo scivolo sul gommone doppio. tutto era possibile. conoscere nuove storie e nuovi pezzi del mosaico della mia vita che sta li e mischia e intreccia strade assurde e diverse. tutto era possibile. salire sulla piramide di corde di un posto dal nome impronunciabile con chi mi sono trovata nei miei posti meno di un mese fa e che fino a otto mesi fa non esisteva neanche nella mia vita. i segreti e il posto del sogno visto da su. tutto era possibile. tipo essere felice ed avere sorrisi stampati in faccia per tutti quelli intorno. e per me stessa. sorrisi per me stessa. sorrisi per me stessa. e mi sembrava impossibile sorridere ancora per me stessa.
la strada della guarigione dentro di me è lunga e silenziosa.
[C'è un tempo negato e uno segreto / un tempo distante che è roba degli altri] e su questo riflettevo ierisera. c'è un tempo che nego con lo., e un tempo segreto. e il suo tempo distante, che è roba degli altri, sua e dell'altra, e io quindi parto.
via via via lontano a sentire 12 ore di treno passare sotto il culo e dal finestrino, esattamente lontano da questa cosa che un po' devasta e un po' da speranza e confonde.
scappo, con un bisogno intenso di essere stordita dall'odore di ciclamini e fiori d'arancio, di mangiare i fichi d'india gelati, di rivedere quel cielo azzurro e il mare turchese, le pietre bianche e le agavi in mezzo. un bisogno estremo di rivedere la mia gente di laggiù, una telefonata e già so che, in questi giorni, avrò talmente tante persone da abbracciare dopo due anni, che non basteranno i momenti e l'isola lascerà, terra malefica e benedetta, ancora la voglia di tornare e camminare e prendere il treno lento lento lento che la attraversa.
tornerò, e la dimensione delle cose sarà di nuovo secondo il punto di vista della mia vera essenza, che viene dalla terra che sa respirare lenta, dal sole che brucia, da quando ancora ero in grado di sedermi e, semplicemente, guardarmi intorno e respirare, perdermi nei campi e raccogliere le more gonfie del sole d'agosto.
mercoledì 13 agosto 2008
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