"ho fatto bene a venire" (...) "finchè cammino, penso, e i pensieri più spigolosi si levigano da soli. per via dell'attrito. è una regola fisica."
(e. brizzi, nessuno lo saprà)
c'era da fare della strada a piedi fino a giovedì scorso. e con la gatta si erano già trovati svariati materiali e cose: vecchie mappe scout, libretti di parchi e sentieri, contatti dove un piatto di pasta e una branda a chi cammina zaino in spalla in appennino non li negano mai. e si rideva pensando che alla fine il buon l. avrebbe scelto la sua felicità tutta nuova e luccicante come certi giocattoli che uno si trova a natale da bambino, e hanno l'odore inconfondibile della plastica nuova.
e il buon l., forse spaventato dal mio scherzone assieme alla gatta, di partenza improvvisa per l'himalaya perchè avevamo trovato l'aereo a 250 euro andata e ritorno, mboh, alla fine ha fatto il previsto.
e poi la gatta ora è fuori di testa per via delle sue vicende amorose. di quelle come certi giocattoli che uno si trova a natale da bambino, e sono quelli dei cugini e dei fratelli grandi, e anche se benvenuti perchè balocchi, restano lì a farsi guardare con una certa incredulità di giocattolo senza scatola e piuttosto vissuto. bisogna stare avanti per apprezzare un regalo così.
and so, alla fine son qui che non so bene dove mi porteranno i miei estivi passi. so che ho bisogno di camminare e macinare strada. un viaggio tipo l'interrail del 2003, col mio fidanzato di allora, i suoi amici e un sacco di strada e un sacco di giorni. e la rinite vasomotoria del bandoni, che starnutiva ogni volta che cambiava qualcosa. campeggio, bus, treno, città, dal dentro al fuori e dal fuori al dentro. "rinite vasomotoria" sarà sempre il timbro nella memoria di quei giorni. questa cosa della rinite vasomotoria ha dato un filo a tutti gli altri ragionamenti della Strana Giornata Di Ieri, giornata passata fuori dalle 8 di mattina a mezzanotte e mezza a fare tre lavori diversi. nonostante questo, giornata di solitudine e tempo per ascoltare il cervello che lavorava e lavorava e lavorava.
ieri sera, al ritorno in tram che attraversava la città, mi sono sentita dannatamente sola. c'era la luce gialla dei neon dentro, e come in certi film, i pantografi di tanto in tanto sprizzavano scintille lassù, e per un attimo l'interno del tram diventava buio. era strano leggere sul libro di altri la strada che avrei dovuto percorrere io quest'estate e ora non ci sarà. i viaggi a piedi dovrebbero essere assieme al vento, non sulle tracce di un libro già scritto, di un sogno d'altri. è malinconico tuffarsi nell'universo artificioso di quello che si legge, trasformarlo in un'ombra di realtà possibile e poi ritrovarsi a doverlo ancora relegare in quello che si poteva ma non più. perchè finirà che leggerò sto libro fino alla fine e poi dovrò regalarlo per non avere sotto gli occhi quello che non.
fuori intanto la città invece era tutta arancione. c'era il ponte sul fiume, c'era il controviale alberato. tutto tornava ai sogni, i miei stavolta, di un posto diverso dove benjamin fa la sua scuola e mi porta in bici sul portapacchi. dove benjamin dopo otto piani di ascensore si ferma con me a guardare la notte dall'alto, in un posto dove ho mosso i piedi tre giorni in vita mia e sa già di casa.
dentro il tram sono sull'appennino che cammino coi miei amici, fuori dal tram sono in un posto nuovo a fare una cosa tutta mia, tutta da sola, per la prima volta, con benjamin che mi dice "che matta" nella maniera più dolce e che accarezza l'anima che esista.
alla fine, per fortuna, arrivo, che questi ragionamenti possono anche ferire.
scendo. dal libro. dall'ottavo piano. dal tram. e mi rendo conto che in fondo, ora, non sono alro che questa lucina arancione di sigaretta che cammina nell'arancione dei lampioni verso la mia tana, che ha strade da scegliere, compagni di viaggio da reclutare, e voglia dannata di smussare gli spigoli degli ultimi tempi e di fare il thè nella tazza di metallo per salutare le stelle prima di chiudersi al sicuro nella provvisorietà accogliente di una tenda.
martedì 24 giugno 2008
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